Ebbene si, maledetto Carter!

Scrivere un articolo sulla creatura di Bonvi e De Maria significa addentrarsi nuovamente (vedi articolo sulla Grande Guerra) in territori al limite del fumetto per indagarne potenzialità non ancora del tutto espresse.

Nick Carter
Nick Carter

Nick Carter vede la luce nel 1972 all’interno del programma Gulp che – in maniera visionaria – tentava di proporre, come citava il claim stesso della trasmissione, “i fumetti in TV”. Questo primo tentativo non fu del tutto un successo, tanto è vero che venne congelato per cinque anni. Solo nel 1977 venne ripresentato in versione aggiornata e migliorata, con titolo Supergulp. Questa volta il successo arrivò senza paragoni e senza precedenti.

Viste le sue molteplici peculiarità, tutto il progetto Gulp/Supergulp andrebbe analizzato con attenzione ma richiederebbe, al tempo stesso, una mole di lavoro fin troppo gravosa. La scelta di concentrarmi esclusivamente su Nick Carter è comunque di ordine qualitativo: è, infatti, uno dei personaggi storici della serie già presente nella prima edizione in bianco e nero e, soprattutto, è uno dei pochi personaggi ideati unicamente per il nuovo format (le trasposizioni cartacee saranno solo successive al grande successo che il personaggio fece riscontrare sul piccolo schermo). Lo strano detective e i suoi compari non fanno parte di un fumetto adattato alla TV, ma di un fumetto nato per la TV; per questo motivo considererò quindi canonica, in questa sede, solo la produzione televisiva.

La serie è un’evidente parodia del genere investigativo, di cui riprende canoni e cliché. I personaggi chiave di tutti gli episodi sono essenzialmente quattro: il buffo ma infallibile investigatore il quale dà il titolo alla serie, il goffo aiutante Patsy, il salace Ten e l’acerrimo nemico Stanislao Moulinsky (obblighi redazionali mi impongono di menzionare anche l’allievo prediletto del cattivone, tale Bartolomeo Pestalozzi da Pinerolo, sottolineandone però, non me ne voglia nessuno, la marginalità nella produzione televisiva).
Come per ogni parodia che si rispetti, la caratterizzazione dei personaggi è netta e precisa grazie, in primis, al riconoscibile tratto di Bonvi, qui più efficace che mai nella sua sintesi grafica, in grado di rendere facilmente evidenti le caratteristiche peculiari di ogni personaggio.

Nick Carter è una serie comica che basa la sua riuscita su tre elementi essenziali: il disegno, l’iterazione e il ritmo.

Per quanto riguarda il disegno c’è veramente poco da aggiungere a quanto già detto: Bonvi, con le sue prospettive sballate e le sue deformazioni grottesche, riesce a trasmettere al suo lavoro una naturale e spontanea verve comica.
Il secondo elemento fondamentale è l’iterazione. Tutto il meccanismo comico di Nick Carter si basa sulla ripetizione ossessiva di alcune componenti, sul tormentone, che della ripetizione

Ten
Ten

costituisce l’esasperazione. La trama segue uno schema ripetitivo ben rodato: chiamata telefonica e sottoposizione al protagonista del caso, momento d’azione, risoluzione del caso con relativo colpo di scena (solitamente prevedibile), secondo colpo di scena con l’arresto di Stanislao Moulinsky. Questa trama ripetitiva si sviluppa attraverso episodi essi stessi ripetitivi: Patsy puntualmente non comprende la richiesta di aiuto telefonico, Nick Carter si ritrova costantemente in un pericolo mortale scongiurato solo dall’arrivo provvidenziale dei suoi assistenti, l’acerrimo nemico viene smascherato solo negli ultimi secondi dell’episodio. Ad un ultimo livello, più immediato, troviamo poi le celeberrime frasi ripetute, ossessivamente, dai vari personaggi. Questo trionfo di ripetitività, che potrebbe risultare fin troppo noioso, trova il suo punto di svolta e allo stesso tempo di forza, nelle micro variazioni al tema (tutto si ripete sempre uguale, ma sempre in maniera leggermente diversa dalla precedente) e allora, anche dopo l’ennesimo smascheramento del solito Stanislao ci ritroveremo nuovamente a ridere di gusto. Questo meccanismo iterativo era stato osservato già da Umberto Eco nei Peanuts di Schulz, nel suo Apocalittici e Integrati. Nel nostro caso il risultato comico risulta ulteriormente amplificato dal ritmo serrato della regia e dalle caratteristiche intrinseche proprie dei “fumetti in TV”, di cui però parlerò diffusamente più avanti.

La produzione cartacea di Nick Carter, la quale come abbiamo ricordato è successiva, non si discosta di molto dalla versione televisiva. Le differenze più evidenti risiedono in un protagonista dipinto in qualche occasione più sprovveduto di quanto non faccia immaginare l’originale e una, seppur velata, maggiore inclinazione verso temi di carattere sociale o politico, elemento quest’ultimo del tutto assente nel Carter audiovisivo (non dimentichiamo che stiamo parlando di un prodotto RAI degli anni 70 e l’azienda era sicuramente molto più attenta di oggi su quanto veniva proposto al pubblico).

Analizziamo ora le caratteristiche di Nick Carter nel suo essere “fumetto in TV”. L’idea centrale risiede nell’abolizione completa dell’animazione in favore dell’immagine statica. Questo espediente permette allo spettatore di associare quanto trasmesso più all’esperienza del fumetto che all’esperienza filmica. Uno dei maggiori punti di forza del fumetto risiede nella costruzione della tavola: la possibilità di modulare rapporti e dimensioni tra vignette all’interno della pagina permette, all’autore, di gestire il ritmo visivo della narrazione. Il formato fisso della televisione limita fortemente questa possibilità, intelligentemente sostituita da movimenti di macchina. La telecamera viene fatta muovere continuamente all’interno di una stessa vignetta. L’inquadratura si stringe, si allarga, carrella, in un continuo movimento visivo. La riuscita dei “fumetti in TV”, la loro stessa essenza, è tutta in questa che, potremmo definire, regia della vignetta. In particolare, uno dei punti di forza di Nick Carter risiede proprio nel ritmo incessante dato dalla regia di Guido De Maria (molto più dinamica rispetto alle altre serie contenute in Gulp) a cui va attribuito, almeno alla pari con Bonvi, il grande successo del piccolo detective.

Al minuto 40, un interessantissimo documentario sulla realizzazione di una puntata di Nick Carter

 

Patsy e il trio completo
Il trio al gran completo

Chi scrive di fumetti non è solitamente abituato a trattare il comparto sonoro, se non in forma virtuale o concettuale; il fumetto in quanto monosensoriale interessa solo uno dei nostri sensi. Sotto questo aspetto il mezzo televisivo dispone di un ulteriore ed importante canale espressivo. Gli autori di Nick Carter lo sfruttano per conferire un’ulteriore caratterizzazione ai loro personaggi, aumentando così le proprie risorse comiche. Non è un caso se nel cast dei doppiatori compaiono professionisti illustri, su tutti: la voce narrante Vittorio Cramer (noto annunciatore RAI dell’epoca) e l’arcinoto Carlo Romano (doppiatore tra gli altri di Jerry Lewis, Pinotto e Don Camillo). Nel doppiaggio si fa notare l’intelligente uso di inflessioni dialettali, a cui oggi siamo molto meno abituati (il temibile Pestalozzi non sarebbe così noto con una voce meno territorializzata, per altro ad opera di Guido De Maria stesso).
La nona arte in Italia prende il nome di fumetto come enfatizzazione di una delle sue più peculiari caratteristiche, la nuvoletta o fumetto appunto (non è un caso, forse, che questo sia anche l’elemento storicamente metabolizzato con più difficoltà dal mercato italiano). La sua presenza all’interno di una produzione audiovisiva appare quanto meno controversa; si sarebbe tentati a bollarla come mera ridondanza. Eppure all’esame empirico, la nuvoletta supera l’esame brillantemente. Essa costituisce un elemento fortemente identificativo (soprattutto per una trasmissione che si prefigge lo scopo di portare i “fumetti in tv”) e rappresenta, probabilmente, un’ulteriore spartiacque con il più classico cartone animato. Non ultimo conferisce un’ulteriore spinta ritmica grazie alle sue evanescenze. Alcuni espedienti, nel corso degli episodi, mostrano inoltre insospettate potenzialità espressive nate dal connubio tra voce e lettering artistico, le quali rimangono, però, “in embrione”.

In maniera deliberatamente provocatoria ho fino a questo momento evitato di utilizzare il termine Motion Comic, il quale altro non sarebbe che l’attuale e più moderna definizione per i “fumetti in TV”. Attualmente sotto questo nuovo termine troviamo le trasposizioni delle più importanti storie, soprattutto americane, a marchio Marvel Comics e DC Comics.
Tra la produzione Supergulp (analogica) e quella attuale (digitale) non vi è alcuna sostanziale differenza visiva (forse ad esclusione dell’effetto di parallasse recentemente introdotto) ma, incredibilmente, in nessun sito ufficiale si riconduce la paternità del Motion Comic all’Italia o al duo Bonvi-De Maria. Ancora più incredibile appare il fatto che non esista la pagina italiana di Wikipedia relativa al termine Motion Comic e che in quella inglese non si faccia in alcun modo riferimento alla storica trasmissione RAI. Per contrappasso, nella pagina italiana di Supergulp non viene mai utilizzato il termine Motion Comic.

Ultimamente anche la Sergio Bonelli Editore con il suo prodotto più transmediale, Orfani, si è avventurata nel mondo dei Motion Comics. A parte notare con estremo rammarico che nemmeno

Stanislao Moulinsky
Stanislao Moulinsky

la casa editrice italiana pare ricordare il compatriota antesignano di questa tecnica, sembra che il pubblico non abbia gradito troppo l’esperimento. Ritengo che la scelta della società di Via Buonarroti di eliminare del tutto i balloon dal suo prodotto sia perdente e tradisca lo spirito stesso del Motion Comic o “fumetto in TV”. Come già sottolineato, la nuvoletta rappresenta una componente essenziale per il formato, senza la quale questa nuova proposta rischia di essere fraintesa e scambiata per semplice animazione a basso budget.

Dell’esperienza Gulp/Supergulp, Nick Carter – meglio di altri suoi colleghi – riesce a reggere il confronto con le attuali produzioni uscendone, in molti casi, vincitore. Il maggior punto di forza della serie risiede nell’essere una delle poche realmente nativa di questo peculiare linguaggio ibrido. Questa originalità ha consentito una maggiore libertà di sperimentazione, permettendo ai suoi ideatori di tracciare un sentiero ad oggi non ancora del tutto percorso.

E l’ultimo chiuda la PORTA!

federicocatena

L'uomo gioca a ping pong perchè adora la velocità ma legge fumetti per rallentare.

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