Dylan Dog Vs The Society

Al suo esordio sulle pagine dell’Indagatore dell’Incubo, Emiliano Pagani prova a tradurre nel microverso di Craven Road parte del bagaglio che ha reso celebre il suo iracondo prete Don Zauker. In particolare, l’autore fa collidere in questa storia le ambientazioni, le tematiche e lo sguardo sul mondo già a lui care offrendo un amalgama relativamente coerente del tutto; si ritrovano quindi rimodellati sapientemente alcuni tòpoi sclaviani come il nonsense, la narrazione sconnessa e l’antimilitarismo, riversati contro una realtà, quella odierna, che purtroppo poco ha da invidiare alle lotte della classe operaia dell’Inghilterra thatcheriana degli anni ’80. Ciò che ne emerge è una storia che probabilmente si sarebbe potuta leggere, per il contesto storico, anche vent’anni fa.

Guardando oltre il contesto, però, si nota la discrasia tra la conoscenza del personaggio da parte dell’autore, e l’uso che quest’ultimo ne fa.

Da un lato, Dylan agisce come ci si aspetterebbe in una situazione del genere, per la maggior parte del tempo vittima degli eventi suo malgrado, oltre che homo contra monstrum per l’ennesima volta. A questo proposito, anche il signore delle mosche è tòpos narrativo antico (il beelzebub della Bibbia) ma trovarselo di fronte è un’esperienza straniante e terrificante in ogni tempo: toglie le forze, la capacità di reagire, e la voglia di rimanere inermi e passivi. Accettare l’inevitabile (o guardare altrove) è sempre stato troppo forte.

Dall’altro lato, se il monstrum è qualcosa che – appunto – va mostrato, in questo caso la doppia lettura (il “poliziotto” come incarnazione del male sociale che Alev vuole a tutti i costi sbattere in faccia al mentalmente assonnato uomo medio) rimane alla lunga sbilanciata, e in questo emerge, come anticipato, il Dylan di Pagani. Essendo questa la sua opera prima sulla testata, la sua penna al vetriolo rimane intinta solo all’estremità della punta e l’autore si accontenta di portare a casa un comunque dignitoso compitino, che si spinge ben poco al di là di un linguaggio colorito meno velato del solito: la narrazione vede infatti Dylan come ago di un’inferma bilancia tra i due citati Alev e il “poliziotto”, ma spinge sull’acceleratore in tempi e modi non sempre convincenti, mostrando sì il coraggio di mettere Dylan con una bomba molotov in mano, ma non tanto da fargliela tirare (metaforicamente parlando) contro quella società dell’orrore contro la quale si è sempre schierato.

Detto in parole povere, la narrazione si trova a sterzare sempre un attimo prima dell’inevitabile, lasciandosi alla fine guidare su binari bene o male collaudati e palesando un’eccessiva (e forzata) retorica tanto nei toni, quanto nei gesti, nelle situazioni, e negli eventi che investono Dylan. Il finale riesce poi a dare in qualche modo un senso a questo registro narrativo, pur non cancellando li mood generato fino a questo momento.

È forse vero che negli ultimi anni la stessa visione e critica del mondo contemporaneo è stata illustrata ora con un agghiacciante cinismo (Black Mirror), ora con fredda apatia (Mr. Robot), ora con lucida follia (Dylan Dog 233 “L’ospite sgradito”, di Medda/Stano) e quindi l’espressività sopra le righe di Pagani si fa notare ancora di più. Una volta però accettato che questo è il suo registro (seppur orfano stavolta di toscanismi vari), allora sta anche bene ritrovarlo riversato in Dylan Dog (personaggio che in effetti ne ha visti di mostri), dove la concretizzazione del malessere sociale forse mai è venuta fuori come in questa storia, o perlomeno con tanta forza e schiettezza.

Tutte le immagini sono (c) Sergio Bonelli Editore

I disegni di Caluri, fidato e collaudato compare, sono essenziali ed efficaci ed arrivano a toccare livelli eccelsi sia nei realistici momenti di violenza e sommossa (pagina 6) sia nelle scene più oniriche (il volto deformato dalla visiera del poliziotto). Si guardino a tal proposito la forza espressiva delle cinque vignette di pagina 52, in fila: odio, pura ed ingiustificata violenza, rabbia e disperazione, ieratica brutalità.

Riassumendo: una storia che si mantiene per tutto il tempo sul filo dell’equilibrio, anche perché è la situazione stessa che Dylan vive ad essere in continuo pericolo di sbarellamento
. Parafrasando il Bardo, la realtà è sempre più paurosa della fantasia, forse perché non è soggetta ai suoi medesimi vincoli, ma da qui a raccontarla nella sua cruditè il passo è ancora lungo: per Dylan da un lato, per l’autore dall’altro.

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