Manuale (sbiadito) di Dylan Dog

Lo acclamavano da mesi e finalmente è arrivato il nuovo albo di Tiziano Sclavi.

Per l’evento Dylan veste l’abito migliore, quello delle grandi occasioni, quello a colori disegnato da Angelo Stano. Haute couture quindi, e la copertina di Cavenago ne è l’espressione più lieta.

Che altro? Nulla. O forse tutto.

“Nel mistero” è in pratica LA Storia di Dylan Dog: un giovane sulla trentina con una targhetta alla porta che lo classifica come “Indagatore dell’Incubo” – e un assistente con le fattezze di Groucho Marx – che vive in un mondo (in una Londra) dove orrore e non-senso semplicemente avvengono (o forse divengono, o forse ancora più semplicemente sono, come teorizzava Lord Wells), dove la Morte avviene e agisce con modalità peculiari e gli eventi seguono una logica “altra” (un po’ alla Leftovers), senza essere necessariamente ascritti a “consolatori disegni più ampi ed insondabili”. Un mondo, un intero universo dell’essere e dell’anima, nel quale Dylan, pur essendovi immerso, figura come spettatore casuale e privilegiato. Un Dylan che attira e catalizza fenomeni ed eventi (come la Trelkowsky gli ha più volte spiegato), da indagatore atipico che non va a scoprire il mistero, ma che da esso viene attirato, incastrato, giocato e maciullato. Un “uomo che cammina” (come per Taniguchi) e che, clienti o meno, si imbatte in mostri e fantasmi (come per “Kolchak: The night stalker”), interrogandosi sulla loro diversa umanità. E tanti saluti a Bloch, Xabaras, le derive edipiche, la ricerca di continuity e gli smartphones.

“Nel mistero” punteggia uno scenario di vita che è la risultante di più livelli di realtà che si rincorrono, confliggendo, miscelandosi o ancora richiudendosi su se stessi, in una logica n-dimensionale che però Dylan è ingenuamente, inconsciamente capace di penetrare. Forse il titolo, nella sua semplicità, vuole portarci proprio a comprendere/ricordare per l’ennesima volta quella rivoluzione avvenuta trent’anni fa nel mondo della letteratura (disegnata e non) a livello nazionale (e non); un messaggio che questa storia ci consegna intatto e immune allo scorrere del tempo, e che ci fa capire una volta di più come un grande come Umberto Eco potesse affermare cose del tipo: “Posso leggere la Bibbia, Omero e Dylan Dog per giorni e giorni senza annoiarmi”.

“Nel mistero” fa comprendere chiaramente, come forse raramente prima, che quelli raccontati dai numerosi autori nel corso degli anni attraverso miriadi di storie, processi e avventure sono – con tutto il dovuto rispetto – “altri” Dylan. Se la storia globale del fumetto ci ha consegnato molteplici esempi di autori che hanno saputo interpretare un personaggio non loro, portandolo a vette paragonabili a quelle del suo creatore (si pensi ad esempio al Constantine di Warren Ellis, ancora più di quello pur fondamentale di Garth Ennis, paragonato al modello originale concepito da Alan Moore e strutturato da Jamie Delano), in questo caso l’incommensurabilità si manifesta nella sua forma più pura, e questo vale anche per Sclavi stesso: in “Dopo un lungo silenzio” ha mostrato infatti chiaramente come lui, creatore e padrone del personaggio, potesse permettersi di farlo deragliare come forse mai prima (la ricaduta nell’alcoolismo) pur senza “tradire” il proprio stesso canone. Purtroppo è proprio questa ostentata “dimostrazione di potere” ad accomunare quella storia alle tante altre che hanno voluto portare Dylan a spingersi un po’ più in là del solco originariamente tracciato, per sdoganarlo da esso, o per dare un guizzo al personaggio (e in questo la Barbato, più nel bene che nel male fortunatamente, ne costituisce l’esempio più preclaro).

“Nel mistero” è, purtroppo, anche altro oltre a questo: è una storia che affonda (o meglio, vorrebbe affondare) le radici in quello stesso terreno da cui sono nati gioielli come i mai troppo lodati “Dopo mezzanotte” e “Attraverso lo specchio”, che qui l’autore cerca goffamente di miscelare. Se appunto il soggetto può far trasparire la ricerca di questo filone (e fin qui…) è la sceneggiatura che rivela il declino: Sclavi non fa che inseguire e citare se stesso (le filastrocche senza metrica, la gente apparentemente a casaccio che muore, le medesime frasi e citazioni – parola per parola – che c’erano ne “Gli orrori di Altroquando”) e affronta tutti gli altri temi con uno spirito che eufemisticamente si potrebbe definire naïf, per un albo che finisce per essere una sequela di immagini e vignette di mera empatia, utili solo ad arrivare alla fine delle 94 tavole, con eventi inanellati a caso e comprimari inseriti come macchiette sfocate solo per dovere di continuity ma che non interessano minimamente né all’autore né alla storia.

“Nel mistero” è anche un’opera d’arte visiva: come già detto, Stano è fuori scala e fornisce alcune pagine davvero notevoli che riescono a far digerire anche scene del tutto sopra le righe (una tra tutte il deragliamento fuori stazione della metro), utili solamente ad allungare una sceneggiatura che si staglia agli antipodi del soggetto.

Soggetto che Cavenago cattura nella sua forma più intima e completa, e che davvero varrebbe la pena di ammirare “a solo”: ancor di più perciò dispiacciono gli strilli apposti sotto il nome della testata, chiamati ad assolvere una detestabile seppur comprensibile opera di fan service.

“Nel mistero” è una summa di rimandi dylaniati, e proprio per questo sarebbe stato inutile cercare di fare gli enciclopedici riportando ogni citazione partendo dalla singola vignetta o linea di testo. Sclavi ci regala un atto d’amore nei confronti della sua creatura, mettendosi ancora una volta a nudo con i lettori, e mostrando stavolta la paradossale combinazione tra una parabola discendente ed una funzione esponenziale con un elevato valore del parametro k. Forse il mistero della storia è anche questo: un’idea che ancora rivela inscalfita la potenza del tempo che fu, e che comunque altri autori praticamente mai sono riusciti a concepire in forma analoga; una messa in pratica che assolutamente non porta da nessuna parte pur affermando con forza CHI È Dylan Dog.

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