Ho esaurito i cugini: La locanda di Yuna

Copertina…

E’ il 1980, Rumiko Takahashi sta disegnando Uruseyatsura e godendo del suo successo quando, forse per riequilibrare due anni di commedia surreale a base di discinte aliene e deficienti umani, concepisce una “normale love story”: Maison Ikkoku. La commedia romantica ambientata negli affittacamere giapponesi esplode a livello mondiale.

E’ il 1998, Ken Akamatsu fresco di una miniserie che lo ha lanciato come autore esordiente, prende il filone inaugurato dalla “Regina del manga”, moltiplica i potenziali “love interest” del “fortunato perdente” protagonista, lo infarcisce di reggiseni, mutandine, palpate involontarie ed equivoci al limite del credibile.
L’ “Harem Comedy” esplode a successo planetario e persino autori apparentemente puritani come Fred Gallagher ne vengono influenzati al punto da citarlo continuamente come riferimento.

E’ il 2017, sono passati altri 18 anni e io ho esaurito cugini a cui smollare la recensione dell’ultima Harem Comedy uscita per Planet MangaGhost Inn – La locanda di Yuna.
Questa volta mi sa che mi tocca.

… il NON normale studente giapponese

Beh, almeno posso esordire sorprendendo il lettore con la descrizione del protagonista: Kogarashi Fuyuzora infatti non è un… normale… studente… giapponese…
No, eh…
Neanche questa volta…

Non lo è! Ce ne faremo una ragione! Ha poteri psichici che dalla nascita gli permettono di vedere gli spiriti dei defunti i quali, per ricambiare, lo hanno posseduto per buona parte della sua infanzia inguaiandolo fino al punto che ha intrapreso un duro allenamento per riuscire ad esorcizzarli a pugni. Coperto di debiti, fuggito di casa, incappa in una locanda termale che mette a disposizione stanze in affitto ad un prezzo semplicemente ridicolo. Il motivo è immediatamente palesato: la locanda è infestata dal fantasma di un cliente morto in circostanze misteriose anni prima.
Per Fuyuzora è un dono dal cielo: se esorcizzerà il fantasma, avrà vitto e alloggio garantito in una locanda di lusso.
O, almeno, lo sarebbe se la locanda fosse stata abitata solo da un fantasma vendicativo.

… l’incontro alle terme…

E non da UNA fantasma carinissima e sventata di nome Yuna.
E non da una avvenente oni (gli orchi della mitologia giapponese) ubriacona di nome Nonko.
E non da una pigra ragazzina posseduta da una divinità gatto: Yaya.
E non da una “normale” discendente di una stirpe di ninja: Sagiri Ameno.

Se poi aggiungiamo che l’amministratrice della locanda, la minuta signorina Chitose Nakai, è una Zashikiwarashi (nume tutelare del focolare domestico), ecco che il concetto di “esorcizzare a mazzate” diventa non solo cavallerescamente impraticabile, ma pure potenzialmente letale.

Al povero Fuyuzora non resterà che il piano alternativo di dissipare i rimpianti della sventata Yuna facendo sì che possa ascendere al paradiso… evitando contemporaneamente di rimanere ucciso nelle rappresaglie a seguito degli svariati incidenti che lo porteranno a contatto con le nudità delle belle inquiline.

… e cast al completo. Possiamo andare.

È tutto qui: la summa dell’harem comedy come consolidata nel corso dei decenni. La donna matura (dove “matura” = “forse trentenne”) disinibita ed ebbra, la ragazzina selvatica, la guerriera intransigente, la falsa bambina e, ovviamente, la “predestinata”. E già alla fine del primo volume abbiamo un’ulteriore aggiunta ad un cast femminile che si andrà solo, ne siamo certi, a gonfiarsi per compensare i presupposti impossibilmente esili.
Da qualsiasi parte la si guardi, infatti “La locanda di Yuna” sembra scritto con il pilota automatico da Tadahiro Miura, un onesto mestierante del genere con già altre pubblicazioni alle spalle.

E lo dico con un po’ di rammarico in quanto la padronanza del tratto di questo autore, dalla naturalezza con cui riesce a creare personaggi immediatamente attraenti e caratterizzati, all’abilità con cui scandisce situazioni ed eventi in un montaggio serrato e di buon ritmo, lascia presagire lo spazio per un gran salto di qualità “se solo si impegnasse”. O se venisse affiancato da uno sceneggiatore capace.

“La locanda di Yuna” non è certamente un brutto fumetto: è esteticamente più che apprezzabile, ha i momenti comici tutti al posto giusto, ma dà l’impressione di un compito eseguito al minimo sindacale da un allievo che pare capace di fare molto di più. Lascia il lettore diviso tra la voglia di proseguire, sperando in quel “guizzo” che trascini il manga fuori dalle acque stagnanti del già visto, e quella di mollare.

Luca Cerutti

"Ma che è sta roba?"

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