Dylan Dog: Continuity sì, Continuity no

Dopo le due storie di Gigi Simeoni che, come detto, a loro modo (ri)scrivono in maniera efficace il personaggio Dylan Dog, questo mese tocca a Paola Barbato riprendere le fila di quella continuity tanto paventata (e criticata).
La stretta successione tra queste storie consente di fare un confronto tra due concetti di continuity che, in Dylan Dog, si presentano quasi ortogonali l’uno rispetto all’altro. Simeoni si era concentrato su di una destrutturazione del personaggio, ricomponendone i topoi quasi a voler mettere in pratica le citate linee guida sclaviane, al fine di renderlo attuale e immerso nel mondo a noi (lettori) contemporaneo; la possibilità di pubblicare due storie di seguito gli ha quindi permesso di fornire indicazioni concrete sull’evoluzione propria (interna, se vogliamo) del personaggio Dylan, che vive lungo una freccia temporale reale ed unidirezionale, seppur allo stesso tempo cristallizzata per ovvie esigenze del medium.
Paola Barbato compie un lavoro diverso dando forza ad una continuity esterna al personaggio Dylan, concentrata invece sull’universo che lo circonda, e smuovendo dinamiche e relazioni grazie ad una storia corale che raccoglie spunti seminati nel passato per impostare effetti e ripercussioni che dovrebbero cambiare, in futuro, i rapporti e le interazioni del microcosmo di Craven Road in maniera sostanziale.

Il Complotto di Paola Barbato

La storia inizia in maniera frenetica, quasi in medias res (caratteristica non insolita nelle storie della Barbato) con Carpenter gravemente ferito, Rania furiosa, Dylan incarcerato e Bloch sotto accusa; per quanto alla fine i crimini siano così sopra le righe da essere di per sé poco appassionanti (nessuna componente horror, nessuna paura di ingiustizia, ma solo attesa per lo svelamento) è interessante di contro tutta la compagine emotiva che prende il sopravvento grazie ad una sceneggiatura brillante. Tali premesse, anticipate da una magnifica cover di Gigi Cavenago sono un preambolo ambizioso e accattivante.
I personaggi prendono a muoversi spinti dalle loro passioni e dal loro carattere, dai loro affetti e dalle loro fragilità. Lo sfruttamento degli stessi da parte della Barbato è pressoché perfetto e nonostante i characters siano molteplici nessuno viene sacrificato o messo lì a caso: sono tutti in ballo, tutti stravolti eppure, Rania esclusa, mai fuori controllo.
A livello emotivo il tutto è quindi molto forte, il climax è ascendente e la furia di Rania mette in piedi una situazione di rottura che è forse la parte migliore dell’albo (e della continuity), tanto da scompaginare fortemente anche alcuni tra i pochi punti fermi che il “nuovo corso dylaniato” ci aveva comunque portato ad inquadrare. Per quanto il personaggio Rania non lo si riesca ad afferrare ancora completamente, la Barbato riesce a tirarle fuori un carattere spiazzante ed ad impostare il triangolo con Dylan e Carpenter in direzioni fino ad ora non immaginate (la grande sfida della continuity è infatti sempre quella di riscrivere in maniera il meno prevedibile possibile alcuni passaggi narrativi “obbligati”). Lo stesso Carpenter viene finalmente sfruttato e

Tutte le immagini sono (c) Sergio Bonelli Editore

valorizzato come personaggio complesso e sfaccettato e non come cieco e ottuso poliziotto in antitesi a Dylan.

La non sostenibilità del climax

La narrazione procede inizialmente senza intoppi, ma a metà albo vengono fuori i difetti di un soggetto troppo esile per sorreggere questo climax fino in fondo. Il tutto finisce un po’ per crollare perdendo pathos e interesse. Il complotto (per quanto non subito disvelato nelle sue intenzioni e finalità) è alla fine tanto banale quanto eccessivo: mai credibile, mai angosciante.
Il cattivo poi, ri-tirato fuori dall’albo 292, manca di una sua propria crescita nel tempo, risultando così quasi un
diabolus-ex-machina poco accattivante ed interessante; riesce a dare contezza di sé solo nel controfinale dell’albo (sebbene graficamente quasi non lo si riconosca) che però quasi finisce per stonare con il leitmotiv della storia fino a quel momento narrata. Innalzare il tutto con dialoghi sui massimi sistemi non lo aiuta di certo e rimane quindi quasi un pretesto dell’autrice per sfoggiare la sua abilità di sceneggiatrice nel mischiare le carte e nello stravolgere un universo, invero smosso così tanto solo dagli albi n.338 e 346.
Nota a latere: chiamare in causa in maniera così smaccata “il Male” avrebbe avuto di certo un effetto più dirompente se lo si fosse collegato all’albo n.51.
A coadiuvare la Barbato ai disegni abbiamo un Franco Saudelli un po’ sottotono, o perlomeno non in perfetta sintonia con il mood della storia soprattutto nelle pagine iniziali, più cupe e “disperate”, dove il suo tratto non riesce a valorizzare come si spererebbe l’enfasi di alcune fasi della narrazione. Le sue abilità narrative si riprendono con il procedere della storia (cfr. ad es. pag.44, soprattutto l’ultima vignetta) e il suo tratto “veloce” riprende quota, sposandosi bene con il ritmo della storia che pian piano accelera e cambia tono.

L’universo di Dylan Dog

In conclusione: un albo (come si dice) “godibile” in special modo per il coinvolgimento emotivo di tutte le parti che vengono chiamate in causa, con un ottimo lavoro di coordinazione di tutti i personaggi. All’appello non manca infatti nessuno e tutti hanno il loro ruolo, ben delineato ed emotivamente concreto. Il contraltare è però dato dall’assenza di una vera e propria trama avvincente, senza voler per forza tirar dentro gli incubi (il complotto è come detto grossolano, è ascriverne la causa al Male non gli conferisce abbastanza spessore), e quello che accade è troppo smaccatamente pacchiano per essere interessante; il poco carisma del villain fa il resto.
Unico interesse semmai (e probabilmente lo si vedrà), sarà proprio nel senso della continuity dell’universo Dylaniato, che in un modo o nell’altro c’è, ed è non priva di interesse, ma ancora non è completamente affermata nè bilanciata tra la sua componente interna (e quindi preziosa) e quella esterna (che proprio per Dylan dovrà necessariamente trovare strade narrative “altre” e peculiari: niente Marvel perciò, ma neanche – e lo si dice con tutto il rispetto – Martin Mystére o Nathan Never).

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