Il mostro che ricordava troppo poco

Michele Medda e Michele Benevento tornavano nel 2014 a lavorare assieme, dopo una prima collaborazione con Caravan, per dare vita a Lukas. La formula originaria prevedeva un’unica stagione di dodici albi, cui fu poi in corsa affiancata la realizzazione di una seconda di eguale durata. All’epoca si parlò con interesse a queste coordinate del primo numero, ma l’analisi della serie non proseguì. Oggi, a due anni dalla sua conclusione, e a fronte di un intenso binge reading, appare opportuno colmare quel gap, iniziando qui con una riflessione sulla prima stagione.

Lukas nasce inevitabilmente come creatura rispettosa del canone bonelliano (un occhio all’avventura, uno all’azione, e in mezzo in questo caso un passato misterioso/orrorifico celato da una persistente amnesia, che getta la sua pesante ombra sul presente) ma, come Napoleone, concepita per durare all’interno di un unico arco narrativo compiuto. Ciò non era dovuto necessariamente alla presenza di una forte continuity, quanto ad uno stato d’animo di fondo che ha di fatto impregnato l’intera prima stagione: un’idea di Medda che, anche se mai nascosta, ha preso a farsi largo col passare dei numeri, procedendo con velocità crescente da metà serie in poi.

Quello che essenzialmente traspare, alla fine della prima stagione, è come Medda si sia divertito, con la scusa di Lukas, ad esplorare il mondo dei mostri e dell’orrore (come tra l’altro sottolineato anche dai coltissimi redazionali ad opera di Gianmaria Contro). Ogni albo diventa quindi un pretesto per raccontare l’universo horror caro all’autore ed al lettore bonelliano (vampiri, mutanti, troll, etc.), facendo sembrare Lukas quasi una copia antipatica di Dylan Dog. Il parallelo è più che evidente anche perchè quasi da subito, e neppure troppo tra le righe, Medda riesce a descrivere la solitudine umana richiamando in ogni dialogo, in ogni voce fuori campo, il diktat sclaviano “I mostri siamo noi“.

E’ proprio la sceneggiatura dell’autore sardo a costituire il valore aggiunto della serie. Se come detto il plot di base è tutto sommato abbastanza rodato, Medda riesce a trattenere la sua scrittura, quasi a pesarla, in particolare nei primi albi, per poi lasciare il freno e imboccare una spirale di violento realismo nella parte finale. Differentemente da come ci ha abituati (sulle pagine di Nathan Never, ma soprattutto su quelle di Dylan Dog), limitando spiegoni e dialoghi eccessivamente prolissi concede il giusto spazio all’orrore e all’avventura, rendendo ogni albo “veloce” e piacevole da leggere. L’unico lusso che si concede è l’impiego di intere vignette didascaliche, scritte bianche su sfondo nero a scandire pensieri e sensazioni del protagonista, a mo’ di quei frame che nell’epoca del cinema muto riportavano le battute dei personaggi.

Il cuore di Lukas è però altrove. Il cuore di Lukas è la retorica del mostro, con la sua solitudine e le sue innumerevoli sfumature di buio, che Medda indica al lettore al di là delle tinte horror e thriller, senza mai girarci attorno, senza mai fingere chissà quanti e quali piani di lettura: il piano è uno solo, e Medda è fin troppo crudo e scarno, quasi infastidito nel doverlo mettere in mostra a 

poco più di 3 euro al mese. E infatti si prende il suo tempo fino a metà stagione, dove con l’albo Flashback fin dalla copertina si richiamano in maniera palese i riferimenti ai vari XIII di Van Hamme e Jason Bourne di Ludlum & Greengrass.

Il risultato (ovvio? voluto?) è una costante distanza da parte del lettore nei confronti della serie. La difficoltà nel creare un’empatia completa ed un coinvolgimento efficace penalizza tutta la prima parte della stagione rendendo difficile appassionarsi al personaggio e al suo mondo. Ciò è certamente dovuto da un lato alla frammentazione data dal “mostro della settimana” della prima parte della serie, con albi tirati eccessivamente a lungo con storie che a fatica coprono le 98 pagine, e dall’altro alla natura ed al “carattere” freddo dell’(eroe? antieroe?) ridestato.

Anche qui Medda è però bravo a preparare il plot twist, che però più che stupire ferisce. Il problema è che lo svelamento della maschera sotto la maschera avviene dopo, molto dopo, rispetto all’inizio della serie; nel frattempo vi è uno scollamento con la narrazione che neppure il buon ritmo serrato della sceneggiatura può tenere cucito. Di certo emerge chiara la cifra stilistica di uno sceneggiatore che non è avvezzo a compromessi o feuilleton (ed in Caravan lo aveva dimostrato), ma che è comunque bravissimo a ricompensare con un realismo amaro se si ha la pazienza di arrivare fino in fondo. Al giudizio ed al gusto di ciascuno se tale compromesso valga o meno il prezzo del biglietto.

Se il cuore di Lukas è altrove, discorso analogo (ma differente) vale se si parla di empatia: anche questa è altrove, ed essenzialmente nei comprimari. Non certo nei cattivi, tutti uguali, carne da macello, maglie rosse di trekkiana memoria, e neppure nell’acerrimo nemico, crudele e smaccatamente sopra le righe.

Il coinvolgimento emotivo è nelle donne: Zara e Bianca. E’ tramite loro che Medda ci ricorda come questa storia, vampiri e troll a parte, sia anche una “nostra” storia, legando l’idea di base ai pilastri su cui si tiene malamente in equilibrio la nostra realtà quotidiana.

Zara professa e parla di distanze necessarie, di passati da dimenticare, della necessità di andare avanti e non guardarsi indietro. Eppure ogni suo gesto è tanto contraddittorio quanto umano. Nell’antitesi tra quello che dice e quello che fa è il personaggio più reale della serie. Il bias nei suo confronti è il primo vero bias che si realizza col lettore.

Bianca al contrario cresce, invero anche troppo bruscamente, e da milf distratta diviene motore immobile/àncora del protagonista (e del lettore) acquistando una forza ed una centralità insperate ad inizio serie. Il suo percorso si intreccerà in ispecie con quello della figlia Jessica, la quale intraprenderà un percorso inverso, irrisolto dal punto di vista narrativo e forse proprio per questo tanto più “banale” e pungente interiormente.

Menzione a parte merita il comparto grafico. La scelta di limitare a pochi disegnatori lo staff artistico della serie contribuisce a conservare quella unità di racconto pensata sin dal principio da Medda. In questo è sicuramente ottima la guida e la matita di Michele Benevento, che valorizza con ottima personalità le atmosfere della serie dando forte valenza soprattutto al tema orrorifico (per quanto invece il fisique du role del personaggio, forse ispirato ad Eric Bana, non riesca a incidere in maniera indelebile nella memoria del lettore). Il resto dei  disegnatori, ricercando ed inseguendo tale leitmotiv, limitano forse virtuosismi e personali interpretazioni e, salvo alcuni picchi di Casalanguida, Violante e Bergamo, non incidono a fondo come sarebbe piaciuto.

Tra vizi di forma, qualche sbavatura, alcuni fill in forzatamente lunghi e scarso appeal del protagonista, il parere complessivo sulla prima stagione di Lukas è ugualmente positivo. Tutta l’opera può essere infatti letta e goduta come un’esplosione delle sfumature di buio presenti nell’animo umano, delineate in maniera efficace e realistica, senza mezze misure, buonismi esagerati o compromessi salvifici, da un autore tanto bravo quanto distante dal mainstream.

Tutte le immagini sono (c) Sergio Bonelli Editore

Forse però è proprio il totale e malcelato disinteresse di Medda nel cedere al compromesso col lettore a penalizzare, almeno in parte, la fruibilità di un prodotto che, vuoi per estetica o nei presupposti paventati da copertine ed editore, richiama e si propone come fumetto popolare di intrattenimento che dovrebbe avere nell’avventura il suo fulcro. Forse ancora, un rischio calcolato; con ogni probabilità, un’espressione alta della libertà di manovra lasciata dall’editore stesso, che di certo ha colpito la critica molto più del cosiddetto pubblico (analogamente ad esempio a quanto si dice e si legge di tante opere off-Hollywoodland).

Al netto di tutto, Medda è un autore sicuro di ciò che vuole offrire, concentrato su quello che vuole esprimere e trasmettere e sa parlare del suo tempo e degli uomini, e quindi, ameno da accondiscendenze, presenta quella che si può comunque definire un’avventura “classica”, attraverso l’esplorazione dei generi e delle trame horror che, mostrando di avere appreso e interiorizzato il messaggio del papà di Dylan Dog, percorrono il background dei film di genere degli anni ottanta, e si avventurano nella letteratura giallistica moderna con una arroganza cara a Lee Child. Solo, lo fa usando questi ingredienti come (pur preziosa) cornice, secondaria quindi e subordinata rispetto ad un’ampia e profonda riflessione sulla declinazione dell’ancora innovativo e disruptive “i mostri siamo noi”.

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