Dario Argento e Dylan Dog

Profondità superficiale

Un albo di Dylan Dog scritto da Dario Argento è a tutti gli effetti un evento: chi non vorrebbe assistere all’incontro tra l’icona del fumetto horror italiano e l’icona del cinema horror italiano? Almeno sulla carta, è un albo che può fregiarsi dell’appellativo “storico”, così come era in uso fare nei club dell’orrore in seconda di copertina, nei DYD degli anni che furono, per celebrare la presenza di guest stars (raramente ai testi, più sovente ai disegni). Forse vale anche la pena di dire che erano anche tempi in cui l’appellativo “storico” non aveva altra cassa di risonanza se non il primigenio e obsoleto passaparola tra gli appassionati, eppure la potenza intrinseca di personaggio e storie raggiungeva diari e concerti del Primo Maggio.   

Tornando a noi, verrebbe quasi da domandarsi come mai ci siano voluti trentadue anni perchè Dario e Dylan si trovassero faccia a faccia; ciò che però importa è che sia accaduto, e l’attenzione di tutti è riposta su questo: sull’avvenimento appunto, non (tanto) sull’albo. E forse è anche giusto così.

Non a caso l’evento avviene sotto l’egida di Roberto Recchioni.

Questi, da tempo affezionato a tali incroci (a cominciare da Dago, guest star di lusso nella prima stagione di John Doe, fino al più recente cross-over tra Dylan Dog e Dampyr), continua il trattamento del personaggio Dylan in versione “qualcosa.zero” e rilancia la notizia in maniera pervasiva, portando (e non è la prima volta negli ultimi anni) Dylan Dog sulla bocca di tutti.

Recchioni è infatti curatore sgamato che, ben consapevole del valore trasversale di entrambi i personaggi riesce, tra editoriali e marchette, blog di appassionati e articoli dedicati, a creare l’evento che permette a Dylan Dog di ritornare temporaneamente sulla cresta dell’onda, con una campagna di comunicazione magari non tout court ma sicuramente efficace, che raggiunge gli obiettivi preposti e ottimizza al meglio un albo che, nonostante il contenuto, rimane evento. Un plauso quindi alla gestione ed ai risultati mediatici ottenuti.

Qual è allora la differenza tra lui e le precedenti figure di curatori? Forse è semplicistico ricorrere al nesting di chiasmo e litote “alta qualità intrinseca/non necessità di rincorrere l’attenzione del pubblico vs. non alta qualità intrinseca/necessità di ricorrere l’attenzione del pubblico” per indicare lo storcere il naso e il lamentarsi degli appassionati della prima ora, e non solo questi, circa il fatto che, piuttosto che puntare sulla qualità, su una nuova linfa stilistica, etc, negli ultimi anni si stia inseguendo lo strillone in copertina, il personaggio guest star, il twist stravolgi-universo – o peggio, la polemica on line – vedendo tutto questo come una distrazione dal prodotto, e con ripercussioni qualitative sul fumetto stesso.

Semplicistico, forse, ma non certo semplice. I tempi cambiano e blablabla, le paroline magiche che campeggiano sulla punta del dito che ogni fazione punta verso l’altra, a mo’ di accusa (per l’una) o di difesa (per l’altra).

I curatori di una testata non possono essere paragonati tra loro più di tanto: al di là dell’esperienza e delle capacità personali, c’è l’abilità di interpretare il tempo presente, e per definizione ogni tempo è differente dal precedente, o dal successivo. Non si discute però che un buon albo è e deve rimanere IL punto di partenza. Ripartire pertanto dalle numerose storie di eccelsa qualità è sempre la strada migliore per rendere il personaggio curato immortale, ma è altrettanto importante permettere ad altri di avvicinarsi al personaggio stesso ed alla sua storia (e così facendo al suo futuro).

Per avvicinarsi a Dylan Dog bisogna però conoscerlo, bisogna che questi sia fenomeno – parola questa che, nell’odierna sovraesposizione alle informazioni, si associa con troppa facilità al concetto di “evento” (da post, forse in forma più raffinata da libreria, di certo non più tanto da diario o da concerto). La profondità può allora piegarsi a 90 gradi e diventare superficie. Rebus sic stantibus, ha senso ed è funzionale quindi rilanciare Dylan (che, non dimentichiamolo!, vive anche di ristampe e pubblicazioni extra) con espedienti quali “Profondo Nero”, con buona pace dei puristi.

Serve allora inseguire il pubblico?

Forse sì, perchè l’arena mediatica ha figliato esponenzialmente in un arco di tempo relativamente breve.

Forse no, perchè analogo battage mediatico non è stato perseguito nel caso di storie (recenti) di indubbio pregio.

Tra i due forse, e tutto intorno, l’inevitabilità del “qualcosa.zero” di cui prima.

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