Profondo Nero: come sprecare le occasioni

Profondo Nero è una storia di Dylan Dog, pensata da Dario Argento, poi scritta da Stefano Piani (i due collaborano da anni sul fronte filmico).

Il titolo è un chiaro riferimento al film, a confermare la scelta editoriale in tutte le declinazioni di fan service pensabili. Ed è una storia potenzialmente interessante ed avvincente, fosse solo per i disegni, eccellenti come sempre, di Corrado Roi e per le tematiche: l’universo del bondage e del sadomaso.

Eppure nel suo vagare onirico, nel suo perdersi in autocompiacimenti e manierismi, la vicenda non riesce mai a decollare e rimane superficiale, quasi solo accennata.

I temi trattati sono gestiti alla perfezione ed inseriti in maniera omogenea nell’universo dylaniato. La sceneggiatura si abbandona invece a derive chiaverottiane prima maniera, innestando in forma un po’ naïf elementi sovrannaturali sull’impianto noir di partenza: di conseguenza, la storia graffia appena la superficie di un orrore che potrebbe essere più cupo, più profondo. Perché questo orrore non lo si affronta?

Le premesse, il battage pubblicitario, il Maestro dell’horror ai testi forse hanno alzato un po’ l’asticella delle aspettative. Ma anche senza strilloni questa storia non avrebbe avuto giudizi più positivi, proprio per la mancanza di coraggio nell’affrontare quella paura e quell’orrore che pure è presente nelle premesse e che è pane quotidiano di autori e personaggio.

Ci resta quindi solo un bel titolo, una cover da collezione, una prova da paura (ai disegni), ma nel complesso un’altra occasione non sfruttata in tutte le sue potenzialità.

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