Grand Blue: frat party al sake

Cominciamo con l’angolo “sapevatelo”.

Grazie, cara.

Frat Party è l’abbreviazione di “Fraternity Party”, che non si riferisce a pii raggruppamenti di persone generose ma ai ben più devastanti festini che si tengono (o “tenevano?”) tra i membri delle associazioni universitarie maschili tipiche degli Stati Uniti ed indicate, appunto, come “Fraternity” (laddove “Sorority” sono invece le femminili). Su queste associazioni, sui loro rituali ed il pesante classismo sono stati spesi fiumi d’inchiostro e kilometri di pellicola, ritraendone gli aspetti più cupi e retrogradi ma anche la sovrabbondante vena goliardica e festaiola. Di questo secondo filone rappresentativo, il capostipite e forse migliore rappresentante fu il dirompente Animal House di John Landis con John Belushi, a cui poi seguirono moltissimi rappresentanti della “commedia adolescenziale scollacciata” americana.

Il sake è invece il liquore tipico del Giappone.

Grand Blue Dreaming, infine, è un manga scritto da Kenji Inoue e disegnato da Kimitake Yoshioka che ha ormai superato la decina di volumi ed ottenuto un adattamento in serie animata ma resta, direi colpevolmente, inedito in Italia. Parla di giovani universitari, di un club di immersioni in profondità e di feste alcooliche e equivoci demenziali.

E, se devo essere onesto, non è che le immersioni si vedano poi molto… e neanche il sake, considerato “troppo leggero”.

Ora, qualcuno potrebbe pensare che ci troviamo di fronte ad un prodotto diseducativo, ma posso assicurare che la riduzione animata, in primis, metteva bene in evidenza l’avviso che bere superalcoolici può causare problemi ed è comunque severamente vietato ai minori.
Retrospettivamente, penso che quell’avviso fosse un po’ sarcastico.

Perché non c’è modo di dirlo in maniera carina: Grand Blue Dreaming presenta comportamenti altamente dissoluti ed incoscienti ed è, quindi, spassoso come pochi.
Si tratta di uno di quei casi esemplari in cui l’unione di due parti è di gran lunga superiore alla loro somma. Da una parte abbiamo, come detto, la fracassona e sgraziata commedia universitaria “made in USA” che, ad essere onesti, perdette quasi subito la carica corrosiva ed anarchica del suo più illustre rappresentante e si assestò sui comodi binari dell’esposizione di corpi maschili e, sopratutto, femminili coinvolti in routine umoristiche piuttosto “fisiche”. Dall’altra abbiamo la consolidata e già più volte menzionata commedia giapponese basata su “Tsukkomi” e “Boke”, lo scambio ritmico e improvviso tra il contegno serio e compassato, civile e conscio della decenza, e lo sbracare completamente trascinati dagli eventi.
L’incontro/scontro tra questi due modi di intendere la comicità produce qualcosa di inaspettato.

Quello che un lettore si aspetta da Grand Blue

È davvero difficile non scoppiare a ridere ogni due pagine circa seguendo le tormentate giornate di Iori Kitahara, neo-iscritto all’Università di Izu, che trasferitosi per comodità presso lo zio gestore del negozio di articoli da immersione Grand Blue, si trova improvvisamente a che fare con il “residente” club di immersioni Peek-a-boo (equivalente al nostro “cucù”) composto principalmente da sempai (colleghi anziani) dell’università con la propensione a trangugiare superalcoolici e rimanere completamente nudi la maggior parte del tempo.
Ogni tentativo del povero Iori di denunciare l’assurdità della situazione, peggiorata dal fatto che il Grand Blue è anche abitato dalle belle cugine di Iori, Nanaka Chisa, incontra solide, ma fuorvianti, giustificazioni che invariabilmente fanno sembrare lui “quello anormale” ed, infine, lo portano ad essere travolto dagli eventi. Tra il disprezzo per nulla celato della inflessibile Chisa ed il bonario sorriso della più comprensiva, ma a volte crudelmente indifferente, Nanaka.

Come tutte le sit-com il cast, via via, si arricchisce di altri personaggi che portano il loro contributo di “comune follia” a dinamiche che non hanno bisogno di contributi alcoolici per degenerare. Abbiamo Kohei Imamura, biondone dal fisico apollineo che si rivela anche essere un otaku senza speranza; Aina Yoshiwara, neoiscritta talmente timida da non poter affrontare gli altri senza quantità ridicole di trucco e Azusa sempai, veterana del PAB, donna-volpe provocante e aggressiva ma anche estremamente considerata nei confronti dei sentimenti altrui.

Quello che un lettore ottiene per la maggior parte del tempo

In questo balletto serrato di continui cambi di fronte tra “persone serie” e “giullari”, il disegno di Yoshioka ha una vera e propria marcia in più. Impostato sulla scia della scuola (diciamo) “realista d’azione” che vede tra i suoi più noti rappresentanti in Tsukasa Hojo (City Hunter) e Takeshi Obata (Death Note), si produce in anatomie ben delineate e proporzionate che inevitabilmente risaltano quando ad essere rappresentate sono le avvenenti protagoniste che però, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, sono colte in situazioni equivoche molto raramente. Come dicevamo, sono piuttosto i poco seri protagonisti a passare buona parte del tempo in mutande (nella migliore delle ipotesi) mentre con pose caricaturali amplificate dai tratti somatici deformati si impegnano in una ennesima, demenziale, sfida.
Altro punto di forza del disegno, la rappresentazione degli ambienti. Ho esordito dicendo che di “sottomarino” in Grand Blue se ne vede relativamente poco, ma quando si vede, quando i membri del PAB si dedicano a quella che sarebbe, teoricamente, la loro ragione d’essere, panorami e fondali vengono descritti con gran dettaglio e senso estetico ed i protagonisti stessi smettono i panni dei disastri ambulanti per diventare persone competenti ed appassionate.

Infine, quello che il lettore trova in Grand Blue

Perché non vorrei che si fraintendesse questo aspetto: nel suo essere dissoluto e caciarone, Grand Blue è tutt’altro che un manga comico banale e statico. Tra una situazione assurda e l’altra, come nelle migliori sit-com, i personaggi fanno nuove esperienze e si confrontano, evolvono e cominciano ad acquistare coscienza di sé e degli altri, modificando a volte radicalmente le prime impressioni avute od esibendo, soprattutto le protagoniste, una “tridimensionalità” che non è solo quella delle loro forme generose.
Crescono e trangugiano litri di alcool.

[Grand Blue Dreaming non è al momento pubblicato in Italia. Le pubblicazioni in lingua inglese sono reperibili parzialmente in forma digitale su CrunchyRoll e in forma cartacea sui maggiori shop on-line. Tutte le immagini qui usate sono coperte da copyright di autori ed editori e riprodotte parzialmente a soli fini divulgativi]

Luca Cerutti

"Ma che è sta roba?"

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