Mickey Hallenbeck: il Topolino che non fu

Succede per caso: si discute su Facebook un gran bell’articolo di Fumettologica che rende merito a quello che avrebbe potuto essere, ma purtroppo non fu, il grande punto di svolta della Disney Italia.
Mickey Mouse Mystery Magazine avrebbe davvero potuto raddoppiare la spinta di Paperinik New Adventures (noto a tutti come PK) e traghettare la casa editrice fuori da quella fascia di bonaccia, calma ma anche immobile, in cui tutti i fumetti sono “roba da bambini” arrivando, per lo meno, a “roba da ragazzi”.
L’articolo cita un po’ tutti i protagonisti di quella vicenda, le riunioni di redazione che assunsero la forma dei “brainstorming” comunissimi nella progettazione dei Serial televisivi americani ma che per un fumetto, ed un fumetto Disney Italia, non si erano probabilmente mai visti. Cita il pressante, asfissiante, controllo dei “francesi”: ritenuti dei “puristi”, anzi “integralisti”, dei personaggi Disney ma, se vogliamo dirla tutta, completamente a torto. Il Topolino di MM infatti era più vicino al Topolino di Walt Disney, con il suo coraggio incosciente e la sua violenza cartoonesca, di qualsiasi altra reinterpretazione moderna, paciosa e borghesotta. Si legga tra le varie testimonianze cosa dovettero fare gli autori per far digerire ai “francesi” un Topolino coinvolto in una rissa da strada, laddove lo stesso Topolino uscito dalle mani di Walt e dei suoi collaboratori diretti si trovava a dare o ricevere ogni tre per due un bastone nodoso, un asse schiodato, una mazza da baseball sulla testa.

Panorama urbano con mazza da baseball

La mazza da baseball. Ad un certo punto si parla di Lost&Found (MM #3) ed io, metaforicamente, “drizzo le orecchie”.
Perché senza dirlo esplicitamente, ma per il fatto stesso di averlo citato, di aver citato il combattimento nell’arena e quella copertina da “guerrieri della notte”, implicitamente si riconosce “qualcosa” a questo terzo (quarto, contando il numero zero) numero. Forse che fu la summa e il paradigma di ciò che MM voleva essere.
Se non è così, pazienza, per me lo fu.

Riavvolgiamo un attimo: la trama di Lost&Found è forse la prima completamente incentrata su un Topolino impegnato nel suo lavoro di Investigatore Privato professionista: non è più un volonteroso bravo provinciale capitato nella metropoli corrotta, non è più un dilettante coinvolto suo malgrado in schemi più grandi di lui.
Ha un incarico regolarmente retribuito, anzi, ne ha tre (di cui uno preso a gratis… ma è pur sempre Topolino): una bella ereditiera lo ha incaricato di trovare il suo inadeguato fidanzato, giocatore d’azzardo compulsivo e piuttosto fesso, il padre della bella ed il socio di questi lo hanno incaricato di NON trovare il tizio in questione, nonostante abbia sottratto soldi alla ditta, infine un ragazzone di campagna vuole che lo aiuti a ritrovare la borsa che conteneva i documenti di ipoteca della sua fattoria ed i soldi per riscattarla, misteriosamente scomparsi dalla stanza dell’albergo malfamato dove soggiornava. Cioè “misteriosamente” nel senso che è un mistero che sia riuscito a portare una borsa piena di soldi FINO ad un albergo malfamamato di Anderville. Normalmente si viene rapinati dal capotreno.
E’ superfluo dirlo, ma nessuno dei tre incarichi andrà esattamente liscio e saranno scazzottate, giri di mazze da baseball e pistole spianate sotto il naso. La ricetta base dell’hard boiled.

Come se la cava Topolino in tutto questo? Come se non avesse fatto altro per tutta la sua vita.

Non aver fatto altro per tutta la vita

Lost&Found è innanzitutto un tripudio di battute e smargiassate da P.I.: Tito Faraci alla sceneggiatura, da gran cultore delle detective story “brillanti” riesce ad infilarne almeno una a pagina senza che il ritmo vada in parodia e, alla fine, sembra di assistere ad un film “shaneggiato” da Shane Black. Quello che vediamo è un Topolino dinamico, aggressivo, persino scorretto o, almeno, disposto a venire a compromessi con persone che si muovono ben sotto il limite della luminosa “rispettabilità” di Topolinia. Si fida e si affida per informazioni agli amici del bar di Little Caesar la cui figura ambigua di “(pessimo) ristoratore con un passato di cui nessuno parla” è fin dai primi numeri un meraviglioso tributo a tutti gli “uomini d’onore ritirati” della narrativa. Stringe un patto con Muck Rakers, spregiudicato cronista d’assalto, e si muove senza troppa incredulità tra allibratori clandestini e arene underground.
Gli ambienti poi, come in ogni “hard boiled” che si rispetti, sono protagonisti quasi quanto i personaggi. Se alcuni restano semplicemente funzionali alla trama, sicuramente non ci sarà lettore che non ricordi, con un pelo di senso di colpa, il lussuosissimo ristorante cinese in cui Topolino rifiuta di mandar giù le velate minacce e melliflue corruzioni di due “persone in vista”: decorato da cameriere orientali che esibiscono attillati quipao dallo spacco vertiginoso su corpi e proporzioni “inconsuete” per la puritana Disney.

Locali che non trovi a Topolinia

A onor del vero, un precedente era stata la Lila Lay di PK in bikini da spiaggia in PKNA: Missing, e non stupisce certo scoprire che alle chine di questo Lost&Found abbiamo lo stesso Claudio Sciarrone che di PK fu probabilmente il miglior interprete.

Battute che non senti a Topolinia

Infine, anche se evidentemente “tagliato corto”, il climax di questo inconsueto numero richiamato fin dalla copertina: lo scontro nell’arena. Qui il citazionismo nei confronti delle detective story d’azione rispolvera un grande classico visto decine di volte nei serial stile “Simon & Simon”, “Hardcastle & McCormick” e “Magnum P.I.”. L’ “HillBilly Rampage” ovvero quel momento in cui si realizza che l’innocuo “giandone” di campagna ingombrante ed inadeguato alle “sottigliezze” della vita cittadina con le sue mani grosse come badili è, invece, adeguatissimo a distribuire mazzate.

Nell’Arena non conta tanto essere lesti a capire…

Banale finché volete ma, oh, funziona!

… quanto duri a menare.

Come funziona, dall’inizio alla fine, questo giro di giostra fatto in compagnia di Topolino in un intero immaginario che non poteva non accomunare molta parte dei lettori (e degli autori) non più ragazzini e con alle spalle centinaia di ore di film e telefilm. In questo senso, il tanto deprecato (dagli autori), “finale con i titoli di coda”, non urta assolutamente.
Che Topolino fosse davvero ad Anderville a rischiare di persona o che fosse semplicemente interprete di una storia inventata e proiettata in un mondo inventato, alla fine non fa tutta questa differenza, per il lettore sarebbe stato comunque un altro bel film da ricordare.

Luca Cerutti

"Ma che è sta roba?"

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