Dylan Dog, o della velocità dell’anima

Quello del 2018 è stato a ben vedere un “autunno caldo” per l’indagatore dell’incubo, protagonista di ben 4 uscite nell’arco di pochissimo tempo, per di più a firma di 4 autori diversi (in ordine rigorosamente alfabetico: Ambrosini, Chiaverotti, Recagno, Recchioni) sotto molteplici punti di vista.

L’analisi che proponiamo verrà divisa in due parti: nella prima si metteranno a confronto la serie regolare con il Color Fest; nella seconda, i due team-up che hanno visto Dylan affiancarsi rispettivamente a Martin Mystère e a Morgan Lost.

Meteore vs. Diluvi

Che regni il caos! (DD 387) e Il male infinito (DDCF 27) attingono a suggestioni bibliche (o ad esse riconducibili, in termini di portata degli eventi), eppure i ritmi narrativi non potrebbero essere più distanti: da un lato l’albo di Recchioni, disegnato da Leomacs e Marco Nizzoli, che dà il via alla tanto annunciata saga della cometa che si concluderà dalle parti del n.400; dall’altro, la storia inedita di Ambrosini per il color fest realizzata in collaborazione con Francesca Zamborlini, la quale colora alla perfezione le matite del maestro bresciano.

Come è possibile che il Dylan ipercinetico e meta-citazionistico portato in scena dal primo sia lo stesso Dylan assorto, disperato e in sostanza tragico tratteggiato dal secondo?

È quasi straniante paragonare i due albi e la prima idea che sovviene è quella che, probabilmente, il personaggio Dylan accolga, nella sua anima, diverse velocità che gli autori riescono ad imprigionare, narrare e far esplodere a seconda del proprio talento e delle proprie peculiarità. Cerchiamo di capire se e come ciò sia possibile, o quantomeno plausibile.

L’intimo (l’anima, se vogliamo) di ciascuno di noi è la summa di molteplici sfumature (di certo ben più di 50) che emergono e si sovrappongono ai nostri primari tratti caratteriali in base alle nostre esperienza di vita. Quegli eventi stessi che modificano e plasmano l’anima le conferiscono anche un peculiare tratto di velocità, che può intendersi come la risultante di deriva delle dinamiche di continuo scambio di energia e informazioni tra tutte le componenti dell’essere umano, dai livelli più percepibili a quelli appunto più reconditi.

In base al “manuale” di Dylan è pacifico accettare che un fantomatico Dio originale del Caos sia in qualche modo interrelato (o quantomeno interrelabile) con l’interpretazione data da Mario Brelich del fardello esistenziale gravante sulle spalle di Noè alle prese con la costruzione dell’Arca.

Estendendo il concetto, è in qualche modo doveroso accettare che autori diversi infondano nel personaggio differenti velocità di narrazione.

Ma ciò può davvero indurre ad accettare, quasi inevitabile conseguenza, che il personaggio Dylan accolga nella sua anima diverse velocità?

Interiorizzazione vs. Infiltrazione

In Che regni il caos! la storia comincia con una breve introduzione, utile essenzialmente a creare una base pseudo logica a quello che accadrà da qui ai prossimi 12 numeri, quindi la narrazione preme con forza sull’acceleratore e con un grand guignol pop, rapido e divertente, dipinge il caos per innalzare Dylan Dog allo status di icona, dando il via alla sua saga rivoluzionaria.

Ne Il Male infinito il dolore e il senso di insospeso, il male atavico insito nel cuore degli uomini proiettano la loro ombra in una storia tanto semplice quanto assurda, attraversata da una sceneggiatura a passo di sguardi, con colori e personaggi tanto caldi quanto desolati. Poi un colpo di pistola e tutto svanisce.

La dicotomia che emerge in queste due storie è tanto forte e palese che i ragionamenti sopra esposti non bastano a giustificare le così forti oscillazioni del pensare e dell’agire del personaggio.

Si fa spazio quindi un’altra ipotesi: e se fossero gli autori a sfruttare il mezzo Dylan per narrare i “propri” personaggi, che partono da Dylan Dog ma finiscono in altro? Posta così, la questione è banale: ogni autore che scriva un personaggio non suo, inevitabilmente miscela il canone altrui con intermittenze proprie, legate ad altri suoi personaggi (che siano stati pubblicati, o vivano ancora solo nella fantasia dell’autore, poco importa). Ciò che conta è il processo con cui questo connubio avviene.

Nel nostro caso, si possono individuare due percorsi quasi duali l’uno rispetto all’altro, l’uno non meno lecito (o deprecabile) dell’altro, ma che a prescindere se non ben governati hanno il torto di condurre all’apparente – e, si è detto, poco plausibile – molteplice velocità del personaggio Dylan.

Da un lato, Ambrosini ha interiorizzato nel tempo le pieghe filosofiche e metafisiche del canone sclaviano, maturandole nel proprio vissuto. Un risultato importante di questo percorso è stato Napoleone. Risultato che al contempo è stato anche punto di partenza verso un livello più alto di maturità personale e artistica, grazie al quale Ambrosini è potuto tornare a Dylan Dog dopo aver percorso un secondo processo di interiorizzazione, stavolta dell’universo che ruotava intorno all’albergatore svizzero e ai suoi spiritelli d’affezione.

Dall’altro, è palese nella scrittura di Recchioni l’infiltrazione di una narrazione figlia della cultura pop anni ‘80, ostentata fors’anche troppo oltre misura, che rimanda a David Murphy prima ancora che a John Doe. Il risultato è di primo acchito appagante: la sensazione della velocità è innegabilmente affascinante. Dopo un po’ però sale inevitabile la domanda se questa corsa avvenga su binari sicuri, o se si stia azzardando con la tenuta delle rotaie, gli effetti delle forze centrifughe e apparenti, etc. Il fatto che un personaggio non si sia mai mosso prima ad una certa velocità non vuol dire necessariamente che non fosse in grado di esprimerla: semplicemente, è stato pensato per non far schizzare il tachimetro oltre una certa portata. Non è peccato (come cantava Peppino di Capri).

Riassumendo (pt. I)

Ambrosini nel corso degli anni ha imparato a lavorare (su Dylan, ma non solo) per sottrazione, presentando un piatto con più vuoti, ma consentendo di far trasparire la fantasia del mastro ceramista; Recchioni ha puntato (per Dylan, ma non solo) ad abbondare con gli ingredienti, nell’ipotesi che la somma di due tachipirine da 500 mg corrisponda ad una tachipirina da 1000 mg.

Due facce della medesima arte della scultura, ossia quella del “torre” contrapposta a quella del “porre”, così come usò dire quel Michelangelo Buonarroti a cui la Bonelli è ineluttabilmente (e urbanisticamente anzichenò)  collegata.

Due facce contrapposte. Se la possibilità di scegliere una o l’altra in edicola sia il risultato di una precisa strategia di marketing non è dato saperlo; di certo, è un altro passo in avanti verso quel percorso di indefinizione” del personaggio, accentuata con violenza negli ultimi anni e che, come tale, ne sta riducendo i confini facendo al contempo perdere anche quei pochi paletti lasciati da Sclavi a far da guardia, a custodire, la sua creatura.

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