Host in the Hell

<<Rispose adunque: “Io sono frate Alberigo,

io son quel dalle frutta del mal d’orto,

che qui riprendo datter per figo”.>>

(Divina Commedia di Dante Alighieri – Inferno,

canto XXXIII, vv. 118-120)

L’ultima cerimonia del the-rrore

I traditori degli ospiti, cioè coloro che approfittando della buona fede degli invitati e ospitando qualcuno alla loro tavola per conquistarne la fiducia e poi assassinarli nel momento di maggior fragilità, secondo la Divina Commedia di Dante Alighieri, sono coloro che finiranno dannati nella zona Tolomea del IX Cerchio dell’Inferno. Questo fu il caso di Alberigo dei Manfredi (contemporaneo di Dante) che fece trucidare dei suoi famigliari con cui aveva ragioni di discordia, proprio durante un pranzo allestito col falso pretesto di riappacificarsi. Tali parenti incontrarono la morte al segno convenuto: quando fu ordinato di portare in tavola la frutta. La pena riservata a tali host è di essere imprigionati nel lago ghiacciato di Cocito dal quale emerge solo la testa rivolta in modo che le lacrime si congelino e chiudano loro gli occhi impedendo loro di sfogare il dolore. Codeste anime dannate, spesso, subito dopo aver commesso il peccato, precipitano nel Cocito in balia di un demone e il loro corpo continua a vivere sulla Terra fino alla sua morte naturale. Dante ci presenta quindi la possibilità concreta di sapere che intorno a noi possano esserci individui che continuano a vivere privi di anima in quanto tale anima è già ormai prigioniera in the Hell, all’inferno. Banchetti di questo tipo ci riportano alla memoria l’episodio 3×9 “The Rains of Castamere” (Le Piogge di Castamere) nel corso del quale si verificano “le Nozze Rosse” del Trono di Spade di George R.R. Martin il quale però lui stesso afferma si fosse ispirato a due fatti storici veri avvenuti in Scozia: “La Cena Nera” del 1440 al Castello di Edimburgo e il “Massacro di Glencoe” del 13 febbraio 1692 avvenuto appunto nella regione del Glencoe.

Ebbene, con un banchetto che si conclude in un massacro al momento della cerimonia del tè, inizia la versione cinematografica di “Ghost in the Shell”, film del 2017 diretto da Rupert Sanders e tratto dall’omonimo fumetto giapponese di Masamune Shirow. Il film ha per protagonista la figura del Maggiore Mira Killian interpretata dall’attrice Scarlett Johansson che cominciò a farsi notare nel mondo del cinema col suo ruolo di Grace MacLean ne “L’uomo che sussurrava ai cavalli” del 1998, quando l’attrice aveva solo 14 anni. In tale ruolo la Johansson interpretava una ragazza che in seguito ad un incidente mentre era a cavallo, perse una gamba e il suo cavallo rimase anche lui gravemente ferito e traumatizzato. La madre di Grace capisce che per salvare la figlia dalla depressione in cui è precipitata, deve in qualche modo salvare dal trauma anche il cavallo a cui intuisce che la figlia è ormai legata invisibilmente. Grazie ad un Sussuratore (una sorta di guaritore di animali che hanno subito dei traumi) di nome Tom Booker (interpretato da Robert Redford), Grace accetta gradualmente la propria disabilità motoria e riconquista la voglia di vivere.

Io sono il Maggiore Mira, anch’io sono quel della frutta, e quando mi ricostruiran, nuovamente tutto il cesto colmo mi si rimira.

In Ghost in the Shell, la protagonista nota come Maggiore Mira Killian, ha perso molto di più che una gamba, ma l’attrice, nelle espressioni e nel pathos interpretativo di questo personaggio fantascientifico, fa emergere molto di quel suo primo ruolo cinematografico al fianco di Robert Redford: sentiamo infatti narrare dalla protagonista stessa che i suoi genitori sono giunti nella Metropoli, via mare, su un barcone della salvezza, e purtroppo sono periti nel tentativo di giungere in quel paese dalle grandi opportunità. Lei è stata salvata, ma ormai le ferite al suo organismo erano tali per cui la tecnologia della Hanka Robotics ha potuto solo salvarla con un trapianto di cervello in un corpo ospite cyborg e mediante una modificazione cibernetica realizzata dalla Dottoressa Ouelet, Kira è stata messa a capo di una sezione di Sicurezza Pubblica nota come Sezione 9, squadra di antiterrorismo cibernetico. A questo punto è necessario far notare una discrepanza notevole rispetto al manga di Masamune Shirow: la protagonista del fumetto non ha subito un trapianto di cervello in un corpo Cyborg, ma anche il cervello stesso è totalmente robotizzato. Nel suo corpo Cyborg è però stato introdotto il suo Ghost, la sua anima. Come questo sia stato ottenuto, nel manga non è del tutto chiaro. Ecco perché poi sono stati realizzati di recente 4 film di animazione che sono dei prequel rispetto alla vicenda originaria (vedi Arise: 1 Ghost Pain – 2 Ghost Whispers – 3 Ghost Tears – 4 Ghost Stands Alone) in cui sono state fornite altre delucidazioni.

La squadra della Sezione 9 al completo con Batou in prima linea

Fra i membri sotto il comando del Maggiore Mira Killian c’è Batou, a cui (in seguito all’esposizione di una deflagrazione ha perso la vista) saranno installati degli occhi cibernetici. Fra Mira e Batou c’è un forte ed istintivo legame d’amicizia, nel pieno rispetto e fiducia reciproca. Anche nel caso del personaggio di Batou c’è una grossa discrepanza. Nel manga Botou è anche lui completamente un cyborg. Nel film prodotto dalla DreamWorks Pictures di Stephen Spielberg, Batou ha invece un corpo completamente umano, a parte le protesi agli occhi appena installate nel corso della vicenda; si è infatti voluto lasciar intendere che Mira Killian sia la prima della sua “specie” e quindi un investimento di indagine scientifica e allo stesso tempo un testimonial pubblicitario per la Hanka Robotics che la vuole usare per asservirla ai propri scopi prettamente finanziari.

Il mondo futuristico in cui si muove l’esistenza di Mira

Ma ecco che c’è un colpo di spugna ulteriore. Scopriamo che non solo il corpo ma anche la memoria che si ha del proprio passato può essere artificiale. Tali ricordi artificiali servono a dare una stabilità psichica al ghost installato nel corpo cyborg. In questo risvolto della trama non si può che rivedere le sequenze di Blade Runner (film di Ridley Scott del 1982) con i replicanti che erano creati con facoltà superiori e avevano dei ricordi fittizi installati nella loro memoria a lungo termine, proprio per dar loro l’idea di una continuità esistenziale che risalisse più indietro nel tempo rispetto al momento in cui erano stati creati ed attivati. Così i ricordi di Mira del suo viaggio per mare coi genitori era fasullo. Era un ricordo installato che è stato sovrascritto sulla sua vera vita, con una vera identità e un destino dei suoi famigliari del tutto diverso. Mira Killian scoprirà di essere stata Motoko Kusanagi, una giovane ragazza giapponese dai grandi sogni e dalla profonda sensibilità. La ragazza fu rapita con un gruppo di suoi amici al preciso scopo di usarla per degli esperimenti di cibernetica. Quindi la Hanka Robotics non l’aveva salvata, ma l’aveva defraudata della propria esistenza trasformandola senza il suo consenso in un Cyborg. In un primo momento la scelta di un’attrice americana piuttosto che asiatica come nell’originale del fumetto, ha innescato critiche di whitewashing, ma poi tale accusa è andata scemando anche perché il pubblico asiatico ha del tutto apprezzato la performance di Scarlett Johansson.

Ci sarebbe ancora molto da dire, come la presenza di Takeshi Kitano nel ruolo di Daisuke Aramaki, fondatore della Sezione 9; e del fatto che Kitano (famoso attore di molti film giapponesi d’azione fra cui il noto film storico Zatōichi, il Ronin non vedente di cui Kitano era principale interprete e regista) recita per tutto il film parlando in giapponese e restando perfettamente comprensibile per tutti gli altri personaggi che invece recitano in inglese.

Daisuke Aramaki e la sua morale: Mai mandare un coniglio a stanare una volpe.

Ma concludo con la morale che emerge dal film. Non quella pronunciata da Kitano però: siccome neanche sui ricordi del nostro passato possiamo ormai più fare affidamento in un mondo in cui ti installano dei ricordi di seconda mano, si arriva all’affermazione della Dottoressa Ouelet che “ciò che ci qualifica non è il nostro passato, ma ciò che facciamo ora“. Che detto francamente, come battuta cinematografica di chiusura per infiocchettare il film, ha il suo fascino e noi l’accettiamo anche se indubbiamente filosoficamente è un po’ dubbia come affermazione. Nel senso che le nostre azioni derivano dalle nostre decisioni e tali decisioni le prendiamo sulla base di un’analisi del passato, o perlomeno di quel passato che ricordiamo in base alla memoria che ne abbiamo. Non saremmo in grado di fare nulla, se non qualcosa di molto incoerente, senza la memoria del passato. E sicuramente Mira/Motoko lo ha capito visto che decide di disseppellire tale passato e di guardarlo negli occhi con serenità.

Daniele J. Farah

Io credo che per ogni evento della vita l'individuo possieda un organo che gli consenta di superarlo. Il fumetto diventa un evento insuperabile se ci tocca in quell'organo che ha lo scopo di annichilire tutti gli altri. ... Non datevi pena ... l'ho scritto solo per perturbarvi.

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