Non ci ammazziamo di originalità: Tales of Wedding Rings

Buongiorno lettori e benvenuti alla nuova puntata di “Vi Imparo La Cultura Giapponese – Edizione per Ritardatari”. Il termine di oggi è “Isekai”.

Per i tre appassionati di anime e manga ritornati ieri da un eremitaggio di anni passato a tirar pugni ad una cascata, “Isekai” è il termine giapponese che si traduce in “un mondo diverso” e indica le opere romanzesche, fumettate, animate o videoludiche che si svolgono, pensate, in “un mondo diverso”.

Si tratta di un genere sicuramente non nuovo nè in Giappone, dove in letteratura lo si può far risalire alla leggenda di Urashima Taro mentre per anime e manga i vecchietti come me ricorderanno il divertente El-Hazard: The magnificent world e il classico Magic Knight Rayearth ad opera delle Clamp, nè in occidente dove possiamo “spacciarcela” con I Viaggi di Gulliver Alice nel Paese delle Meraviglie e talmente tanti fumetti (compreso il classico Topolino e la Spada di Ghiaccio) che a citarli tutti divento più vecchio di quanto sono.
Negli ultimi anni, però, complice il successo della serie animata Sword Art Online, questo genere è di fatto diventato l’ultima moda ludico-culturale del Giappone, probabilmente superando i tassi di gradimento dello “shonen action” e saturando il mercato al punto che diversi concorsi letterari e fumettistici hanno esplicitamente VIETATO la presentazione di nuove opere a genere “Isekai”.

Anche perchè, diciamocelo, raramente si è vista una così stretta codificazione di genere: l’Isekai prevede infatti un protagonista, SEMPRE maschile (le eccezioni che vengono immediatamente alla mente sono I cieli di Escaflowne del 1996 e il già citato Rayearth del 1993) o, al limite, una coppia, che dal nostro mondo viene trasferito tramite l’intervento di un Deus-ex-machina o a seguito di un incidente probabilmente mortale o, non raramente, senza alcuna motivazione, in un mondo fantastico. Giunto nel mondo fantastico il protagonista, quasi sempre un disadattato nel nostro mondo scopre di avere una caratteristica, innata o guadagnata nel trasferimento, che lo rende “il prescelto” o, comunque, colui che può realisticamente fare la differenza per la storia del mondo ospite.

Siamo, come si intuisce, al picco dell’escapismo e rapidamente le poche opere che hanno definito l’epica (Sword Art Online), giocato sulla combinazione di ritmo e carisma (NoGameNoLife), ribaltato il punto di vista proponendo la reincarnazione nel “malvagio” (Overlord) o in un essere normalmente manco considerato (La mia vita da slime), buttato sul thriller (Re:Zero) o in parodia (Konosuba), si sono trovate ingorgate tra opere mancanti di fantasia e divisibili tra “irrimediabilmente mediocri” e “perlomeno professionali”.

Tales of wedding rings (Un racconto di anelli nuziali) ora in Italia grazie a Star Comics almeno ricade nella seconda categoria. Il che è già qualcosa.

Cover del sesto volume

La storia… vabbeh, ve la dico: il NSG (normale studente giapponese) Sato è cotto perso per la sua amica d’infanzia Hime ed è ormai al punto di giocarsi il tutto per tutto quando costei annuncia che dovrà trasferirsi e non potranno mai più rivedersi. Inizialmente distrutto, in una dimostrazione di decisionismo raro per la sua personalità da classico NSG, decide di seguirla per salutarla un’ultima volta e scopre che la sua amica si sta trasferendo… in un altro mondo. La principessa Crystal Novaty Naucanatica, vero nome di Hime (che significa, appunto “principessa”), deve fare ritorno al suo regno e sposare il principe di un regno confinante per poter adempiere ad un patto necessario a contenere un oscuro potere grazie alla magia contenuta negli anelli nuziali.

Sato, ovviamente, viene sbalzato nel mondo fantasy, interrompe il matrimonio, salva principe (che si rivela essere una brava persona poco interessata ad un matrimonio dinastico) e amica d’infanzia da un attacco dei demoni e, altrettanto ovviamente, diventa il nuovo candidato sposo. Destinato a sposare la principessa… e le altre quattro principesse custodi degli anelli.

Del resto, le dita di una mano sono cinque, mica vorrai sprecarle?

E già viene voglia di prendere a testate il protagonista…

Eh, niente, i conoscitori più attenti avranno già capito che quest’opera decide di “non prendersi dei rischi” e aggiunge alla moda degli Isekai lo sfruttatissimo filone degli Harem-action, il che si tradurrebbe in un disastro sicuro se a regger penna e pennini non ci fosse la consolidata coppia di autori che si cela dietro lo pseudonimo MAYBE e a cui dobbiamo il pregevolissimo Dusk Maiden of Amnesia.

Quello che quindi risulta è un manga sceneggiato decentemente che si appoggia ad un tratto grafico estremamente curato e più che attento a dare al lettore le sollecitazioni che si aspetta, sia dal punto di vista dell’azione che del titillamento. Avendolo seguito per diversi volumi su Crunchyroll posso dire che la capacità del pennino di MAYBE di rendere la morbidezza e la freschezza di un corpo femminile non si è certo “spuntata” e le varie principesse sono più che degne rappresentanti dei canonici caratteri da harem novel.
Di questo, inevitabilmente, ne patisce la penna: per esempio la griglia di stereotipi imposta dai due generi di riferimento alla narrazione, primo tra tutti la centralità del protagonista maschile e conseguente definizione dei “rapporti di forza”, fa sì che tutte le protagoniste messe insieme non riescano ad avere l’intrigante carisma che poteva permettersi Yuko Kanoe.

Se poi si sperava in qualche guizzo da parte del protagonista maschile, probabilmente non si è letto bene tra le righe di quanto scritto finora: come da regola il protagonista maschile “non quaglia” con alcuna delle principesse per capitoli e capitoli, “bravo ragazzo” oltre qualsiasi realistico buon senso (e buon gusto) persino a fronte di inviti assolutamente non fraintendibili, opta per una poco credibile astensione.

Quindi, per quanto vi sia un genuino sforzo di rendere brillanti i dialoghi, divertenti le situazioni e si cerchi anche di insinuare che dietro la leggenda luminosa dell’eroe e delle principesse ci sia una storia ben meno edificante, il tutto resta comunque appesantito da un pregresso di narrazioni simili degenerate nel banale e nelle comode soluzioni ad appagamento lampo.

Siamo, insomma, di fronte ad un’opera che posso consigliare proprio solo perchè a realizzarla ci sono ottime mani che, onestamente, avrebbero potuto fare pure di meglio.

Luca Cerutti

"Ma che è sta roba?"

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