Il mio Zagor: Jacopo Rauch

Jacopo Rauch nasce a Siena nel 1970 e inizia a scrivere storie di Zagor giusto vent’anni fa, secondo quanto riportato dalle note biografiche sul sito della Sergio Bonelli Editore. Adesso è uno degli sceneggiatori più prolifici dello Spirito con la Scure ed ha risposto di buon grado ad alcune domande…

Jacopo, innanzitutto grazie della disponibilità. Come ti descriveresti, in breve?
Preferisco non farlo. Non riesco a pensare a una risposta che non sia banale, perciò è meglio parlare subito di fumetti. Che poi, nel mio caso, è forse anche il modo migliore per farsi un’idea sul sottoscritto.

Zagor era il tuo fumetto preferito fin da bambino? E qual è il primo albo che hai letto?
In realtà mio padre era un lettore appassionato di Tex, dunque è stato il ranger il mio primo approccio al mondo dei fumetti. Casa mia ne era piena. Ricordo chiaramente il mio primo albo, L’ora della violenza. Ero all’asilo e non sapevo leggere, ma quella copertina con i due cowboy armati di fucile e pistola, nella stanza buia, e le scazzottate all’interno con i cinesi, sono un ricordo indelebile che mi ha marchiato a fuoco.
Zagor venne dopo. Lo conobbi con i miei amici nel primo anno di scuola elementare e anche di lui ricordo il primo albo: Odissea Americana nella collana Scritta rossa. Ce l’ho ancora, proprio quello, completamente distrutto dall’usura, con la copertina strappata e le pagine scollate.

Rauch con il creatore grafico di Zagor, Gallieno Ferri

Leggo sul sito della Sergio Bonelli Editore che alterni l’attività di sceneggiatore con quella di designer, grafico e traduttore.
A dire il vero, non più. Per molti anni, agli inizi, sceneggiare fumetti era una seconda attività, mentre ora lo faccio a tempo pieno.

Come sei approdato al mondo del fumetto?
Ho sempre scritto fumetti, per divertimento. Fin da bambino. Disegnati alla carlona, su tutto. Compagni di classe, eroi dei fumetti che leggevo, trame riviste dei vecchi film horror e western che passavano sulle tv libere locali e via dicendo.
Alla fine degli anni Novanta, dopo varie vicissitudini lavorative e di vita (avevo 27 anni), decisi di vedere se questa mia vecchia passione potesse avere qualche sbocco concreto e spedii alla redazione Bonelli qualche sceneggiatura in visione. In realtà, invece che qualche soggetto come si fa di solito, spedii due storie complete di Tex e Mister No, rispettivamente di 250 e 400 tavole, già sommariamente disegnate! Seppi in seguito che Decio Canzio, quando vide tutta quella carta, pensò di avere a che fare con un pazzo! Senza neanche aprire il malloppo, lo passò tutto a Mauro Boselli, che allora era il curatore di Zagor, dicendogli di farne ciò che riteneva più opportuno… compreso un bel falò. Fortunatamente, invece, Boselli ebbe la pazienza e lo stomaco di andare a spulciare il materiale. Vide delle potenzialità e mi mise alla prova su Zagor, chiedendomi dei soggetti nuovi su cui lavorare. Gli inviai Delaware e così cominciai.

Le tue prime storie (Delaware e I naufragatori) risalgono al 1999, ma sono state pubblicate soltanto nel 2002 e sei entrato in pianta stabile nell’organico zagoriano nel 2006. Cos’è successo nel frattempo?
Dopo le prime due storie ebbi una specie di blocco dello scrittore. Non riuscivo più a proporre qualcosa di valido e mi ero convinto di non essere in grado di fare questo lavoro. Entrai in una crisi personale totale, mollai tutto – comprese altre situazioni lavorative che avevo a Firenze – e me ne andai a Londra. Ci avevo già vissuto, in passato, quindi non era per me un’esperienza nuova. Trascorsi lì qualche anno facendo i lavori più diversi finché, faticosamente, non ritrovai il filo interrotto con la capacità e la voglia di scrivere. Fortunatamente ero sempre rimasto in contatto con la redazione di Milano. Moreno Burattini, che nel frattempo era diventato il curatore di Zagor, accettò un mio nuovo soggetto, Il vagone blindato, e da lì ricominciai.

Quando hai incontrato per la prima volta Sergio Bonelli? Che ricordo ne hai?
L’ho incontrato per la prima volta solo nella mia seconda fase di sceneggiatore, anni dopo che erano uscite le mie prime storie. In effetti, per quanto possa sembrare strano, uno sceneggiatore novizio può anche stare anni senza conoscere personalmente la redazione, lavorando a distanza. Io, poi, sono anche piuttosto schivo di natura, quindi all’inizio andavo in redazione a Milano ancor più raramente del lecito e, quando ci andavo, mi guardavo bene dal farmi presentare a Sergio Bonelli di cui avevo, com’è comprensibile, un vero timor sacro. Insomma, avevo a che fare solo con Boselli e Burattini.
L’occasione di conoscerlo capitò per caso, nel modo più banale, e costituisce anche un piccolo aneddoto. Ero andato in visita alla redazione insieme a Marcello Mangiantini – che è toscano come me – e stavamo attraversando i corridoi dei piani alti, insieme a Burattini. Ci imbattemmo in Sergio Bonelli e Moreno ci presentò. Fu un incontro rapido e cortese, dopodiché – senza troppi salamelecchi – Sergio Bonelli continuò per la sua strada, affaccendato nelle sue numerose incombenze.
La sera, dopo essere tornato a casa a Firenze, ricevetti una telefonata al cellulare, verso le sette e mezzo. Vidi dal numero che era la redazione di Milano e ne rimasi sorpreso, perché sapevo che a quell’ora era chiusa da un pezzo. “Buonasera, sono Sergio Bonelli”, mi sentii dire quando risposi. Lì per lì ci restai di sale! Prima di quel giorno non avevo mai parlato con lui, neanche al telefono! In un attimo mi venne in mente di tutto… Non ultimo, che mi stesse telefonando per licenziarmi di persona dopo aver letto quanto facesse schifo la mia storia in lavorazione. Invece scoprii che mi aveva chiamato solo per scusarsi per averci liquidato – me e Marcello – in modo (a suo dire!) brusco, nel corridoio della redazione, quel pomeriggio! Disse che non aveva ben capito chi fossimo, lì per lì, e che poi aveva chiesto lumi a Moreno. Rimasi di sale due volte! Uno dei mostri sacri del fumetto italiano, nonché editore sommo, che telefonava al più insignificante degli sceneggiatori della sua scuderia, per scusarsi di una cosa del genere… Quando si dice che Sergio Bonelli era un gran signore, non sono favole.

Un trio di autori zagoriani: Perniola, Rauch e Burattini

Descrivi la tua giornata-tipo: in particolare, quanto tempo dedichi alla tua attività di sceneggiatore?
Non c’è una giornata-tipo, perché sono tutte diverse. Purtroppo non sono una persona metodica, e dico “purtroppo”, perché essere metodici e disciplinati è essenziale per fare questo lavoro. Visto che uno sceneggiatore non ha orari, infatti, organizzare la propria giornata in modo tale da poter produrre un certo numero di tavole con regolarità dovrebbe essere una buona regola. E io – purtroppo, appunto – non lo faccio. Un po’ perché ho una famiglia e dei bambini piccoli di cui occuparmi, e un po’ perché sono incostante, porto avanti il mio lavoro in modo caotico. A volte faccio fatica a fare due tavole in una giornata. A volte ne faccio trenta o quaranta di fila, lavorando anche tutta la notte senza chiudere occhio. Alla mia attività di sceneggiatore, però, al di là del numero di tavole che produco giornalmente, è dedicato quasi tutto il mio tempo, perché bene o male, anche facendo altro, mi rimangono sempre in testa le idee che girano, rigirano e si evolvono sulle storie che scrivo o su quelle che ho in mente di scrivere.

Come nasce un personaggio: Mary-Cat. Disegno di Rauch

La solita domanda obbligata per chi “inventa” storie: come nasce l’idea per una nuova avventura di Zagor?
Da qualsiasi cosa. La scintilla può arrivare da un film che ti è piaciuto o dalla trama di un libro. O anche da sola, senza una causa precisa. Però molto spesso la molla è la voglia di scrivere una storia su un determinato argomento che ti piace o sul ritorno di un vecchio personaggio della saga che ami. Ti metti semplicemente a pensare a come potrebbe svilupparsi la storia su quel personaggio o su quell’argomento, e la trama prende corpo.

Con le tre storie dedicate a Ylenia Varga sei diventato il “vampirologo” della collana. È stata una decisione presa a tavolino con il creatore del personaggio (Boselli) e/o con il curatore di Zagor (Burattini) oppure hai semplicemente proposto il soggetto per il primo ritorno di Ylenia e, visto il successo, hai continuato?

È stata una mia proposta: infatti le storie su Ylenia sono l’esempio tipico di quello che dicevo prima. I vampiri sono uno di quegli argomenti di cui volevo scrivere, essendone appassionato, così inizialmente mi sono messo a pensare a come poter coinvolgere Ylenia in una possibile storia. Ne è venuta fuori Le nere ali della notte. Naturalmente, prima di utilizzare un personaggio di Boselli bisognava chiedere a lui il permesso: mi è stato accordato. Invece per la seconda storia, Vampiri, la voglia era quella di riportare in scena Rakosi: il processo è stato lo stesso. Adesso siamo alla vigilia dello scontro finale nei Carpazi, patria di Rakosi e di tanti illustri vampiri, suoi predecessori in letteratura e non. Si tratta di un’idea che ho sempre desiderato realizzare e che ho sempre avuto in mente in forma vaga. Mi sono messo a pensare a come lavorarci in concreto e l’ho sviluppata.

Ti è capitato di proporre soggetti che poi non sono stati approvati? E di lavorare su un tipo di storia deciso da altri? Penso in particolare al numero 600, che hai avuto l’onore/onere di scrivere ed è servito da prologo al nuovo ritorno di Hellingen…
Moltissime volte ho proposto soggetti che non sono stati approvati, per i motivi più disparati. Altre volte ho proposto soggetti su cui magari c’era da cambiare qualcosa. Una sola volta ho lavorato su un soggetto altrui e non è stato il numero 600, bensì il primo numero della collana Color, I fantasmi del Capitano Fishleg. L’idea di partenza era di Moreno e mi sono divertito molto a sceneggiarla. Il numero 600, invece, è nato da un soggetto totalmente mio: Moreno mi aveva semplicemente chiesto se avessi una storia da proporre per il centenario e anche in questo caso è stata la necessità a concretizzare l’idea. Sapendo che il numero 601 proponeva il ritorno di Hellingen, mi sono detto che l’ideale potesse essere far tornare gli Akkroniani prima, nel numero celebrativo, in modo da fare da trampolino di lancio per la ricomparsa del Mad Doctor. Mi sono messo a pensare a come poterlo realizzare e ne è venuto fuori Il giorno dell’invasione, che fortunatamente Moreno ha approvato.

Quante storie stai seguendo in questo momento, tra quelle pronte per la pubblicazione (penso alle prossime trasferte zagoriane in arrivo), quelle già sceneggiate e in fase di lavorazione e quelle di cui è stato approvato il soggetto e stai sceneggiando?
Più di dieci. Meno di quindici. Per la maggior parte sono destinate a Zagor, ma alcune sono per Tex e per la nuova collana Tex Willer. Poi ci sono i soggetti che ho proposto e sono in attesa di approvazione, sia per Tex che per Zagor. O anche quelli che ho in mente di proporre a breve.

In una scala che va da “Tre pagine di inseguimento tra auto, fai tu” (indicazione attribuita ad Alfredo Castelli) agli storyboard abbozzati personalmente da Bonelli/Nolitta, quanto sono dettagliate le tue sceneggiature?
Contrariamente a quanto possano far pensare i miei tempi irregolari di lavoro, sono invece molto preciso e pignolo su quello che spedisco in redazione. Le mie sceneggiature cerco di dettagliarle quanto più possibile perché il disegnatore realizzi quello che ho in mente, anche aggiungendoci spesso degli schizzi delle scene e dei personaggi, a complemento. Una volta, quando scrivevo meno storie contemporaneamente e avevo più tempo, fornivo addirittura tutta la sceneggiatura in forma di storyboard completamente disegnato.

Zagor 527: storyboard di Rauch e versione finale di Della Monica

Qualche volta faccio ancora le sceneggiature in quel modo, ma con il tempo e l’accumularsi del lavoro sono passato prevalentemente a una stesura più tradizionale, in prosa, e disegno qualche bozzetto da allegare alle sceneggiature solo per alcune pagine che reputo importanti. Un esempio è quello della prima pagina del 600, che allegai alla pagina di sceneggiatura (descritta semplicemente in modo canonico): Gallieno Ferri la realizzò partendo da quel mio bozzetto.

Zagor 600: bozzetto di Rauch e intepretazione di Ferri

Quando sviluppi una nuova storia, hai già in mente il disegnatore a cui assegnarla e magari adegui la trama alle sue caratteristiche?
Scrivendo una storia c’è sempre un’idea precisa sul disegnatore a cui sarebbe più adatta… Il che però non significa che quel disegnatore sarà poi davvero assegnato a quella storia. La scelta dei disegnatori a cui affidare le varie storie dipende da molti fattori, tra cui – non ultimo – le esigenze di programmazione. Ad ogni modo io non ho voce in capitolo sull’argomento: è il responsabile di testata che decide e quindi, nel caso di Zagor, Moreno Burattini. Può capitare comunque anche il contrario, cioè che magari si sappia che un disegnatore si libererà a breve e che ci sia bisogno di scrivere una sceneggiatura apposta per lui. In quel caso può capitare così che si cerchi di realizzare una storia ad hoc per le caratteristiche del disegnatore in questione (magari uno fa molto bene le donne, oppure i contesti urbani, oppure le storie sui trapper… eccetera).

Ti è mai capitato di forzare una trama per inserirvi una scena o un dialogo a cui tenevi particolarmente?
Se l’ho fatto non me ne sono reso conto. È anzi, secondo me, una cosa da evitare a tutti i costi. Lo sceneggiatore deve essere al servizio della trama e non il contrario. Le forzature non vanno mai bene.

A quale personaggio da te creato sei più affezionato?

Mister Steel, disegno di Sedioli

Trovo che i villains siano la vera ragion d’essere di ogni storia d’azione che si rispetti, anche più del protagonista. Dunque sto sempre molto attento alla caratterizzazione degli antagonisti.
Sono piuttosto soddisfatto su questo versante, perché ne ho creati parecchi e dei più variopinti, che hanno dato del filo da torcere a Zagor. Purtroppo, per molti di loro, si è trattato solo di una comparsata one shot… per ora. Tra i miei preferiti ci metto tutta la famiglia Dowler (gli psicopatici de I naufragatori). Svatek, il vampiro. Le Loup, il contrabbandiere. Nayana, la strega. McGunn, il mercenario. E Harry Goldberg, alias Mister Steel, uomo d’affari, pistolero e infine agente del governo. L’unico, per ora, a essere comparso in due storie.

Cambiando per un attimo argomento… qual è il tuo rapporto con i social media?
Beh, sono completamente a-social. Mi limito a scrivere sui due forum di Zagor, quando mi vengono poste delle domande. Per il resto cerco di tenermi lontano dai social media, perché tutto sommato non sono interessato ad avere a che fare con gente che non conosco personalmente, a meno che non si tratti di lettori. Sono quindi felicemente assente da Facebook, Instagram e simili. Non ho neanche Whatsapp, per farti capire il mio livello. Non ho lo smartphone, ma solo un telefonino vecchio stile – finché resiste – che si apre come i trasmettitori di Star Trek (“Qui Kirk a Enterprise!… Qui Kirk a Enterprise!… Mi ricevete?” – quella roba lì, insomma). Sono abbastanza fiero di questa mia resilienza alla “modernità”.

Torniamo ai fumetti. La Sergio Bonelli Editore ha varato recentemente numerose miniserie. Ne hai anche tu una nel cassetto oppure i tuoi programmi futuri prevedono soltanto nuove storie di Zagor?
Come ogni sceneggiatore, penso, anch’io ho qualche idea nel cassetto, riguardante personaggi nuovi e miniserie varie. Devo dire però che lo stimolo a realizzarle non c’è, perché mi sento pienamente appagato con Zagor. Il mio ideale è infatti il western contaminato con l’horror e l’avventura pura. Scrivendo Zagor sono dunque perfettamente a mio agio. Da poco poi, ho anche cominciato a scrivere per Tex, chiudendo il cerchio. Comunque, mai dire mai…

Curiosamente, la tua risposta a questa domanda è molto simile a quella che Moreno mi ha dato in un’intervista di un paio d’anni fa… Colgo quindi l’occasione per recuperare alcune delle domande che gli avevo posto e che riguardano le tue preferenze fumettistiche, iniziando dalle storie che hai scritto per Zagor: quali sono le tre che preferisci e qual è, invece, quella che preferiresti NON aver scritto o che riscriveresti cambiandola radicalmente?

Devo dire che sono abbastanza soddisfatto di tutte le storie che ho realizzato per la serie regolare, e anche per i Color e per i Maxi. Quelle meno riuscite sono senza dubbio i due Almanacchi dell’Avventura (Uomini nella tempesta e Il vascello fantasma) e lo Speciale La luna degli scheletri. Dovendo scegliere le tre più importanti, però, non posso che optare per gli albi di cui abbiamo già parlato in precedenza: Il giorno dell’invasione, Le nere ali della notte e infine Vampiri.

Passiamo invece alle storie di Zagor che non hai scritto tu: quali sono le tue preferite?
Potremmo starci tutto il giorno. Ci metto tutte quelle di Nolitta/Bonelli della Golden Age, per semplicità. Quelle del Rinascimento di Boselli e Burattini. E qualche altra perla sparsa, tipo Marines e La notte del diluvio, del compianto Ade Capone. Più tutte quelle del ciclo di Mortimer di Moreno.

E ampliando l’orizzonte ad altri fumetti, siano essi italiani o stranieri?
Vabbè, anche qui non si finirebbe più. Tutto Ken Parker, Magico Vento e Tex, per rimanere sul classico western italiano. Preacher e anche Lone Wolf and Cub per i fumetti stranieri. E una menzione per tutto il ciclo di Battaglia di Roberto Recchioni, che trovo sia veramente una genialata tra le cose nostrane di ultima generazione.

C’è un disegnatore che ammiri in modo particolare e con cui ti piacerebbe lavorare?
Ce ne sono due e sono vecchi maestri della mia infanzia: Giovanni Ticci e Ivo Milazzo.

Anche stavolta, per concludere l’intervista, mi calo nei panni di Marzullo: “Rauch, si faccia una domanda e si dia una risposta!”
Quando di solito mi faccio delle domande, la risposta che mi do è sempre sbagliata. Perciò ho imparato a non fare né l’una né l’altra cosa.

Ti ringrazio ancora per il tempo che ci hai dedicato, Jacopo!
Grazie a te e alla redazione di uBC 🙂

Tutte le immagini sono (c) degli aventi diritto

Marco Gremignai

"Gremignai? Quello che si occupa dei fumetti Bonelli all'estero?" "Eh già... Notevole, per uno che viene da Peccioli"

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