Breve storia (editoriale) Grouchana

Partiamo con una dichiarazione da festival delle banalità: gestire Groucho non è semplice.

La “spalla comicissima” che avrebbe dovuto affiancare il “giovanotto londinese scanzonato”, secondo quanto definito da Tiziano Sclavi e Sergio Bonelli, ha sempre richiesto un’attenzione non comune non solo per quanto concerne il trovare freddure, calembours e quant’altro con sfiancante continuità, ma anche e soprattutto per fare in modo che queste avessero un loro ruolo logico all’interno della vicenda circostante, pur se all’apparenza slegate da essa; non è un caso infatti che nel primo quarto di secolo di storia editoriale di Dylan – e soprattutto per autori che non fossero Tiz – sono non poche le storie in cui la presenza di Groucho è ridotta al minimo, o anche meno, sfruttando i classici espedienti della trasferta in solitaria di Dylan, o della partecipazione di Groucho ad una qualche convention di sosia (che a questo punto viene da pensare vengano organizzate dentro e fuori Londra in numero davvero considerevole!).

Le poche, pochissime eccezioni si contano letteralmente sulle dita di una mano: basti pensare ad esempio a G. Anon (al secolo Gianluigi Gonano) che dà origine al marionettista Stromboli, il quale chiama Groucho con il nome di Julius (vero nome di Groucho Marx) e riesce a metterlo in crisi circa la propria identità. Ancora, la “solita” Paola Barbato che, nel suo intento di decostruzione del personaggio Dylan, non si è risparmiata neppure con il suo assistente, spingendo (vd. qui e qui) per la prima volta il lettore a farsi delle reali domande – e forse anche a preoccuparsi – in merito a chi potesse nascondersi dietro occhiali e baffetti. Differente sapore ha invece il gioco chirurgico orchestrato dall’autrice in occasione del duecentesimo numero della serie regolare, dove ci si piega alle cosiddette esigenze delle “origini” tanto care ai supereroi Marvel e DC; o, in tempi più recenti, alla lunga fase di preparazione dell’attuale ciclo della Meteora, dove la domanda “Groucho, chi sei?” piomba come un macigno sulle vite e sulle storie che gravitano intorno al n.7 di Craven Road, assieme a tutta un’altra rocambolesca serie di eventi ancora in fase di pubblicazione (e sui quali pertanto non ci si soffermerà).

Alleggerendo la tensione, sono altrettanto poche le storie “canoniche” nelle quali, per un motivo o per l’altro, la presenza di Groucho e delle sue battute ha avuto una forte percentuale di spazio: giusto per non citare il solito Sclavi, particolare menzione merita l’incontro/scontro tra Dylan e Debbie ad opera di Pasquale Ruju.  

All’interno di questo affresco fanno la loro comparsa nel lontano 1992 le storie “a solo” di Groucho. Ci si permetta un’altra banalità: tentare un confronto sic et simpliciter tra quelle e le storie presentate nel Dylan Dog Color Fest n.30 è impresa impossibile, oltre che inutile, per tutta una serie di motivi.

La prima ondata dei cosiddetti grouchini parte col botto, grazie a Sclavi che inanella due capolavori assoluti: La cosa misteriosa che vive dietro il frigorifero (allegato allo Speciale n.6) e Horrorpoppin’ (allegato allo Speciale n.7). Dire “vabbè, è Sclavi, normale che sia così” non è però immediato: il primo grouchino riesce nella mission impossible di mettere assieme una storia dylaniata, affrontata però con un 100% di battute e non-sense vari, e avente al contempo anche una solida logica interna. È un Groucho a tutto campo, che esprime se stesso e la propria filosofia al massimo grado possibile, senza per questo richiedere di smontare il giocattolino per capire come e perché questo funzioni. In altre parole: un gioiello assoluto.

L’anno successivo l’autore supera se stesso presentando una “non-storia” che, per sua stessa ammissione, trascende tutte le regole di narrazione e, come conseguenza, ci consegna in forma matura e completa la quintessenza grouchesca, tanto da far tremare i polsi al solo pensiero che tutto questo fosse stato fino a quel momento tenuto compresso sotto l’apparente ruolo di spalla dell’Indagatore dell’Incubo. Qualsiasi giudizio, financo di perfezione, diventa cosa quindi impensabile: Sclavi è andato fuori scala anche per lo stesso Sclavi. La percezione di tale botto diviene ovviamente possibile grazie al magnum opus di Luigi Piccatto, capace come pochi di assecondare i testi di Tiz e, specie nel secondo caso, di uscire non sconfitto dalla sfida di traduzione della follia più pura in immagini concrete (e poi dicono Bosch…).

I grouchini continuano ad accompagnare gli speciali per alcuni anni ancora, sempre per i disegni di Piccatto; ai testi si alternano invece in genere gli autori degli Speciali, vale a dire Mignacco, Chiaverotti, Faraci, e il già citato Ruju, i quali tentano relativamente di confrontarsi con gli standard iniziali, imbastendo storie comunque interessanti sebbene inevitabilmente più lineari. Traspare però per ognuna di esse, sempre oltre all’evidente impegno, anche il divertimento da parte dell’autore nell’allentare la morsa del freno e sguinzagliare il baffetto nel mondo esterno (a rischio e pericolo di quest’ultimo, ovviamente!). Nota a margine: a partire da Horrorpoppin’, Groucho riesce sempre a “concludere” con una rappresentante del gentil sesso.

La stagione dei grouchini, per come è nata e per come era stata impostata, era destinata a vita breve. Anche questi albi sono infatti figli di una stagione editoriale di Dylan in cui la mitologia del personaggio non si è mai discostata più di tanto dal caso del mese, se non per i rari incontri/scontri tra Dylan e Xabaras – e anche in questi casi la questione della parentela tra i due non è mai stata affrontata in maniera compiuta, se non coltivando qua e là tutta una serie di suggestioni.

Oggi invece, a seguito anche degli avvicendamenti redazionali ed all’avvento di Recchioni, il personaggio Groucho ha trovato nuovi spazi e nuove dimensioni, in particolare sulle pagine del Color Fest.

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