Gleipnir: Shonen angosciante

Comincerò questo articolo dando la colpa alla mia fumetteria di fiducia (vi voglio bene comunque): dopo che per settimane gli avevo chiesto, puntualmente, se fosse uscito Gleipnir, quando Gleipnir è effettivamente uscito…
Non me lo hanno detto.
E io non glielo ho chiesto.

Risultato, Gleipnir è al numero cinque ma io al momento ho letto solo i due primi numeri.

Perchè tanto interesse, vi chiederete (probabilmente no, ma potrò ogni tanto usare artifici retorici anche io?). Principalmente per la promozione/copertina del primo volume che da qualche mese appariva sulle testate della Planet Manga e che mostrando una bella e formosa adolescente scalza entrare in un mostruoso costume da pupazzo da parco divertimenti armato di gigantesca pistola suggeriva qualcosa di diverso, e probabilmente più morboso, rispetto ad un canonico shonen “ecchi” (erotico).

Questa cover

Sarò una mente semplice, ma ci avevo abbastanza azzeccato.

C’è da dire che, da parte sua, la copertina era ineccepibile nel delineare in una sola immagine l’essenza di questi primi due volumi (e probabilmente di tutto Gleipnir). Il pupazzone è, in realtà, Shuichi Kagaya un Normale Studente Giapponese (ormai va in maiuscolo, in quanto titolo professionale) apatico e tendente a complicarsi inutilmente la vita con monologhi interiori su problemi che sono tra i più classici dell’adolescenza a cui se ne aggiunte uno che tanto classico non è: da qualche tempo e senza nessuna spiegazione, Shuichi si può trasformare volontariamente nell’inquietante pupazzone e la sua forza fisica, reattività e sensi sono amplificati ben oltre i limiti dell’essere umano.
Mentre è lì che invece di gioire per essere divenuto un supereroe, si fa i suoi pipponi sul non avere più diritto ad una vita normale (sì, è “quel tipo” di protagonista), Shuichi salva da un incendio l’altra protagonista, Claire Aoki, che, per tutta riconoscenza, decide di ricattarlo minacciando di rivelare la sua natura di mostro se non l’aiuta.
Certo, c’è da dire che tra i due è sicuramente Claire quella che se la passa peggio: è l’unica testimone del fatto che sua sorella si è trasformata in un mostro, come Shuichi, ed ha ucciso entrambi i loro genitori prima di distruggere la casa; per diverso tempo ha cercato di rintracciare la sorella omicida ma nessuno le ha creduto e nessuno l’ha aiutata fino a che, praticamente convinta di essere pazza, ha deciso di farla finita nell’incendio da cui Shuichi l’ha salvata.
Però, insomma, da un caratterino così non ci si può aspettare molto di buono e, infatti, la prima azione congiunta dei due partner si conclude con l’omicidio a sangue freddo di un’altra ragazza mostro che li aveva aggrediti.
Anche se per autodifesa, non è proprio la prima cosa che ti aspetteresti da una coppia di eroi uniti dal fato.

Claire e Shuichi si incontrano

Come si capisce, il primo pregio che si riconosce a Gleipnir è una rara chiarezza d’intenti: la copertina allude al primo numero ed il primo numero allude a quello che è molto probabile sarà lo svolgimento dell’intera serie. La capacità di sceneggiatore e soggettista di Sun Takeda si dispiega con notevole potenza in questi primi numeri: il ritmo narrativo è serrato ma riesce ad alleggerire la violenza fisica e psicologica di molte sequenze con siparietti comici (quasi sempre a sfondo erotico) che sono contemporaneamente surreali e credibili grazie sopratutto alla peculiare personalità di Claire: ragazza probabilmente di natura estroversa che per quanto le è successo si è “alienata”, forse per difesa o forse per autodistruzione, e quindi bada molto poco a dettagli quali “apparenze” o “decenza”. Grazie a questo lavoro costante di definizione dei personaggi unicamente tramite dialoghi e situazioni, neanche per un momento arriviamo a trovarli “eccessivi” o “fuori ruolo”.

La pavimentazione dell’inferno

A questa capacità di sceneggiatore, l’autore affianca una altrettanto valida capacità grafica. Il suo tratto si inserisce nella scuola di Yoshiyuki Sadamoto (character designer di Evangelion, che, inaspettatamente, ha avuto meno epigoni di quanto il successo epocale dell’opera di cui è stato partecipe suggerirebbe) e conferisce ai suoi protagonisti adolescenti corpi slanciati al limite dell’anoressia, fragili e contemporaneamente “pesanti” in virtù della cura nelle anatomie e nelle panneggiature. L’espressività dei volti è poi tutta contenuta nelle ombre che si creano tra sopracciglia e ciglia, tra bocca e mento, ombre pesanti di occhiaie da insonnia o seghettate lungo una smorfia che dovrebbe essere un sorriso (quasi sempre di Claire) ma non riesce a liberarsi di un ringhio di disprezzo o un ghigno di follia. Gli scenari e le inquadratore sono, per contrappasso, strettamente “funzionali”: ben curati, per carità, ma privi della capacità di rendere l’emozione del momento, che viene caricata interamente sulle spalle, e sulle posture, dei personaggi.

La differenza tra essere vuoti e non avere nulla

Quest’ultimo aspetto fa sì che Gleipnir non riesca mai completamente a convincere come shonen d’azione e metta sempre in dubbio il lettore su se considerarlo uno Shonen che si è macchiato di thriller o un thriller che ha voluto darsi un tono da shonen. Anche in questo è perfettamente coerente con i suoi due protagonisti: Shuichi infatti pur appartenendo alla categoria dei “protagonisti piangina” (di cui Shinji Ikari di, appunto, Evangelion è il più noto rappresentante) ha anche quella capacità tipica del protagonista shonen di scegliere, senza esitazioni, di fare ciò che è “giusto”. Le scelte che compie Claire, invece, orbitano sempre intorno alla morte. Sua o di altre persone.

E l’ansia di scoprire quale di queste due personalità prevarrà alla fine vale sicuramente l’acquisto di questa opera.

Luca Cerutti

"Ma che è sta roba?"

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