Morgan vs. Dylan: chi è l’incubo, e chi è l’indagatore?

Di come Dylan Dog e Morgan Lost affrontano Il Ritorno dell’Oscurità

C’è da ammettere che Chiaverotti ha trovato in Morgan Lost un esito felice della sua carriera di sceneggiatore, dopo essersi fatto le ossa su Dylan Dog e ad aver guazzabugliato (e neanche per poco tempo!) con Brendon attraverso le lande dell’horror post-apocalittico – tra l’altro, il cavaliere di ventura è ancora presente in edicola con numeri speciali, segno che evidentemente un suo seguito è riuscito nel tempo a crearlo.

Tornando al cacciatore di taglie di New Heliopolis, la sua avventura editoriale sta percorrendo dei sentieri meno convenzionali rispetto al canone bonelliano, con un alternarsi di cicli che ricorda abbastanza da vicino – pur senza avere tutta questa necessità di sbandierarlo – la suddivisione in stagioni delle serie televisive, oramai sempre più punto di riferimento delle dinamiche narrative per più di un medium. Parte di suddetti sentieri è oramai chiaramente rappresentata dai team-up, ed in particolare da quelli con l’Indagatore dell’Incubo; quasi a voler confutare quanto appena detto, però, l’autore si è qui servito di un gergo cinematografico, concludendo il primo incontro tra i due personaggi con un “fine primo tempo” che faceva presagire (come detto qui e qui) al limite un unico e ultimo rientro in sala per il lettore/spettatore dopo la pausa. Le cose non sono andate esattamente così, ma ci ritorneremo.

La catarsi di Dylan nelle braccia materne della Morte, con cui si era concluso il primo incontro tra l’Indagatore e Morgan, viene qui mostrata nella sua evoluzione, e subito un importante twist cattura la scena (sebbene la Barbato abbia avuto e messo in scena la medesima pensata nel n.338 della serie regolare): Dylan diventa il “tristo mietitore” dopo essersi appropriato della più famigerata delle falci, e continua la sua disperata discesa nel baratro della follia, mentre la strana coppia formata da Morgan e Groucho si mette alla sua ricerca, novelli Jesse e Cassidy che cercano Dio, e il cliffhanger viene servito sulla soglia della porta di casa di Bloch, non senza avere scomodato anche Safarà.

Fino a questo momento, i pezzi vengono sapientemente disposti sulla scacchiera (metafora scelta non a caso!), e le prime 15/16 pagine della seconda parte del team-up offrono una conclusione comunque non banale. Peccato però che dalla pagina successiva Chiaverotti non riesca più a non fare la parte di Chiaverotti, e su quegli stessi macro-binari narrativi inizia una storia del tutto diversa, che stona malamente con il pregresso, dimostrando se ce ne fosse bisogno che il cambio di foliazione è una soluzione che fa bene solo al marketing, ma che dimostra tutti i suoi limiti se alla base rimane la difficoltà di gestire lo spazio a disposizione.

Intendiamoci: l’autore si imbarca in un nuovo “what-if nel what-if”, alzando la posta per aumentare il generale interesse. Peccato che infarcisca la cosa di troppi riferimenti a proprie storie passate: se stesse scrivendo un articolo scientifico, qualsiasi software capace di analizzare il testo per verificare se e dove sia già stato usato, troverebbe una percentuale di plagio ben oltre il limite di guardia. In parole povere: in meno di 40 tavole la Morte sfida Bloch a scacchi, e il “caso Mana Cerace” narrato nel remoto n.34 viene riproposto in una forma tra il riassunto e il bignami, solo mettendo Morgan al posto di Dylan.

Come detto, lo spunto è non privo di interesse: Chiaverotti opera una sovrascrittura del character londinese, confinato tra i pazzi di Harlech, attraverso l’ottica del bounty hunter americano (e infatti non vengono risparmiati espliciti omaggi a “Il silenzio degli innocenti”), cimentandosi così in uno sforzo di inventiva che comunque si pone al di sopra del pretesto narrativo utilizzato la volta precedente per far incontrare i due personaggi e i rispettivi mondi. L’esiguità dello spazio a disposizione impedisce però in larga parte il necessario assestamento di Morgan nelle dinamiche dylandoghiane, con il risultato che del Morgan “canonico” si percepisce poco, e la storia che gli viene confezionata intorno non decolla in originalità, venendo così eccessivamente a soffrire di un inevitabile senso di dejà-vu.

Gli unici elementi meglio centrati sono Groucho (il Chiaverotti dei primi tempi era molto generoso con lui, in termini di presenza scenica e qualità delle battute) e Bloch, unico vero elemento di congiunzione tra i due protagonisti del team-up, pur se più di una volta posto al limite della retorica fine a se stessa, tanto cara all’autore (ma solo a lui).

Il caso Mana Cerace viene concluso, analogamente a quanto già visto a fine anni ’80, e la targhetta fuori la porta di Craven Road n.7 cambia intestazione, ma una nuova minaccia è già pronta a fare il suo ingresso (e qui il pensiero corre tra gli altri all’ultima inquadratura del fan-movie diretto da Claudio di Biagio nel 2014). Fine secondo atto, e titoli di coda.

Come sempre, il comparto grafico rischia di passare in secondo piano. Per fortuna non è così: Andrea Fattori, coadiuvato da Mirco Pierfederici nella seconda parte, svolge un lavoro di buona fattura, che non ricerca la continuità con lo stile di Val Romeo, e soprattutto non sfigura al servizio della tricromia. La sua mano sulle pagine di Morgan Lost è già presente (come ancora prima su Brendon), per cui continua a giocare in casa impreziosendo la sua galleria con i principali personaggi dell’universo dylaniato. Menzione speciale per Mana Cerace, la cui resa è particolarmente vicina a quella dell’originale ad opera di Dall’Agnol (che all’epoca aveva un tratto ancora esente dalle successive stilizzazioni e sperimentazioni).    

Quanto potrà durare questa strada? Fin dove porterà? A quale conclusione è destinata? Domande più che lecite, che però passano in secondo piano rispetto ad un altro quesito: in questa nuova veste Morgan sarà ridotto solo a re-interpretare famose storie del passato di Dylan, o Chiaverotti proverà a mettergli davanti anche dei casi per così dire “originali”?

Mettendo però tutto questo un attimo da parte, ma tenendo ben presente cosa sta accadendo con il cosiddetto “ciclo della meteora” sulle pagine di Dylan Dog, forse questa incarnazione dell’Indagatore dell’Incubo continua tutto sommato a mantenere dei concreti punti di interesse, andando a fare compagnia al “Pianeta dei Morti” che Bilotta sta portando avanti negli speciali annuali. Poco ancora si percepisce di Morgan, se non – ripetendo quanto già detto – il suo pragmatismo che l’autore riesce sempre e comunque a rappresentare bene, essendo questi una “sua” creatura.

Se la meta-narrativa (o “fisica fantastica”) di cui (s)parla un tal John Ghost ha in definitiva qualche fondamento, allora il Dylan della serie regolare è consapevole di vivere in una versione alternativa degli anni ’80, osservando per adesso dalle grate di un manicomio la discesa su Londra di un’orda di elementali, e conscio di essere stato esautorato dalla sua qualifica lavorativa. Forse, se la meteora annientasse il pianeta e rimanesse solo questa deriva “altra”, a conti fatti non sarebbe poi tutto questo male. 

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