Terzo tempo con supplementari

Dylan Dog e Morgan Lost alla ricerca di un equilibrio narrativo

Terzo appuntamento per la “serie dentro le serie”, come ormai può essere soprannominata la sequela delle vicende che vedono coinvolti Dylan Dog e Morgan Lost, Indagatore vs. Profiler, come sempre a firma di Chiaverotti, come sempre divisa in due puntate da 64 tavole ciascuna, come sempre con cover finale (molto bella, tra l’altro, ad opera di Fabrizio De Tommaso) che emerge accostando quelle dei singoli numeri.

Arrivati a questo punto è possibile accennare ad un breve confronto tra i molti Dylan che assiepano le edicole di questi tempi, o meglio: se sul personaggio eponimo a cui è attualmente assegnata l’uscita mensile vale relativamente la pena di spendere qualche parola, è invece interessante verificare come un autore “storico” della serie (Chiaverotti, appunto) ed uno “non-storico” (Bilotta) si stiano contendendo l’unico reale interesse verso il personaggio, seppur sotto accezioni diverse. 

Bilotta sta creando una mitologia che realmente poggia sul Dylan che fu – e che, se proprio si vuole, potrebbe agganciarsi all’Old Boy che pure viene pubblicato con cadenza bimestrale, secondo una logica editoriale un po’ da zappa sui piedi (ma non è questa la sede per infierire) – secondo un affresco dal respiro estremamente ampio che, pur dopo i 6 anni di speciali preceduti da due color fest e un gigante, continua ad aggiungere tasselli inoltrandosi su strade intellettualmente perigliose e stimolanti. 

Chiaverotti sta invece spingendo il pedale sul “what-if”, costruendo il suo universo secondo un tragitto più lineare, e più in generale prendendosi molto sul serio nel far interagire due personaggi per i quali può rivendicare in entrambi i casi la paternità (reale, nel caso di Morgan; putativa, nel caso di Dylan), e senza apparentemente per quest’ultimo doversi confrontare con le nuove grammatiche narrative emerse dopo la fine del ciclo della meteora. Il risultato è – come già detto in passato – un canone abbastanza rodato che vede il giustapporsi della rivisitazione di vecchie conoscenze dylaniate (prima Mana Cerace, ora Mister Fear) con l’avanzare della trama orizzontale, nella quale emergono due elementi specifici: da un lato il delinearsi di un Dylan sempre più “villain” della storia, e dall’altro un Morgan che progressivamente acquisisce le peculiarità del “personaggio Dylan”, ivi compreso il rapporto con Groucho e il ruolo di latin lover

Come sappiamo, Dylan è mosso da una spinta fortissima (la perdita di Bree Daniels, e la possibilità di restaurare la sua vecchia realtà grazie ai cavilli burocratici dell’inferno), ma una metamorfosi nel suo carattere (e non solo) sembra emergere sempre più chiaramente. Morgan è per ora principalmente il mezzo con cui l’autore sta sovrascrivendo linee narrative molto remote nel tempo – e a ben vedere si tratta finora solo di personaggi introdotti all’epoca dall’autore stesso. Non a caso, la discesa degli elementali di golcondiana e sclaviana per memoria, che chiude il team-up precedente, costituisce in realtà un finto cliffhanger in quanto ha alla fine una funzione solo scenica.

La suddivisione dei contenuti mantiene il ritmo già appurato nel precedente team-up: Mister Fear, la vecchia conoscenza ripescata per quest’occasione, occupa solo il primo dei due numeri, mentre il secondo si barcamena di nuovo in un “what-if” nel “what-if”, risolvendolo così come nella maggior parte dei casi Chiaverotti già risolveva le sue storie dylaniate back in the eighties. Proprio in questo sta quello che rimane il neo principale della testata: l’autore cita se stesso sia nei personaggi che nelle dinamiche narrative, mostrando nella pratica un’assenza di evoluzione nello stile, fatto salvo il ricorso alla già menzionata trama orizzontale che, fino a pochi anni fa, non faceva parte delle logiche editoriali relative all’inquilino di Craven Road. Morgan in tutto questo passa spesso e volentieri in secondo piano, a dispetto della sua posizione di preminenza nel logo della testata, non riuscendo a mostrare concreti elementi di originalità caratteriale, che pure l’autore dovrebbe essere in grado di infondere nella scrittura, avendolo tenuto a battesimo ed avendone in pratica curato in toto la gestazione e la crescita nel tempo.

Il risultato è un incedere degli eventi che manca in gran parte di mordente, trascinandosi lungo soluzioni narrative che i lettori dylaniati di vecchia data ben conoscono e che, al di là di qualche sparpagliamento di carte, risultano stantìe a quelli delle nuove generazioni. Viene da chiedersi anche qui dove si andrà a parare, sebbene le strade di cui sopra siano qui assolutamente meno perigliose e stimolanti. A questo si aggiunge il focus su Groucho. Laddove nello scorso team-up buona parte della trama verteva attorno a Bloch, con un coinvolgimento tutto sommato ben ponderato e ben scritto, in questo caso si capisce invece chiaramente che la sottotrama è figlia del sentire corrente che vuole il personaggio distaccarsi dal ruolo di spalla comica per guadagnare una qualche tridimensionalità. Della reale necessità di perseguire queste strade si è già discusso qui e qui; a peggiorare il tutto, il voler trattare la materia mantenendo come detto una cifra stilistica mai adeguatamente disancorata dal passato, e per questo ancor più inadeguata a svolgere detto compito.

Il comparto grafico vede un Max Bertolini non particolarmente in vena di sperimentazioni grafiche (sebbene gli scappi un nudo integrale frontale!), ma che comunque orchestra una messa in scena pulita e asservita ai diversi toni della storia. Si avvertono ad ogni modo delle forzature tra il suo tratto generalmente molto definito, l’uso delle mezzetinte, e la volontà di risolvere in maniera personale le potenzialità della tricromia: ne consegue una mancanza di continuità nella resa dei volti soprattutto di Dylan e Groucho, al contrario di quanto accade con Mister Fear, la cui recitazione rielabora efficacemente l’indimenticato originale ad opera di Montanari & Grassani. Pollice in alto anche per la felice commistione di tecniche che De Tommaso usa per le copertine, riuscendo ad integrare nel murale gli echi di diversi autori dylaniati.

Poco o nulla da aggiungere rispetto a quanto già scritto sia sopra che in passato: la curiosità rimane confinata principalmente al concetto di “what-if” in sé, e in buona parte come rifugio dalle derive delle altre incarnazioni di Dylan Dog. L’apporto di Morgan Lost continua a non brillare per originalità, o forse è solo il suo background a non avere le necessarie potenzialità per reggere sul lungo periodo. L’autore reinventa tempi, luoghi e vicende, ma in pratica non reinventa se stesso, come sembra emergere anche dalla nuova riscrittura di Mana Cerace attualmente in edicola. Se pure è vero che si dice che un autore scriva sempre la stessa storia, non è detto che il tasso di rotazione generazionale dei lettori sia tale da perpetuare lo sperato effetto sorpresa.

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