Scheletri: di buone intenzioni e inferni lastricati

Finito di leggere Scheletri ho dovuto prendere atto del fatto che per la prima volta Zerocalcare ha parlato del quartiere dove è cresciuto.

Sì, lo so, non c’è bisogno che lo diciate: in quasi ogni suo libro, in media una “puntata” (capitoletto, sketch, chiamateli come volete) ogni due della sua personale sit-com, Zerocalcare ha menzionato Rebibbia.
La sua idiosincrasia sul non riuscire a dormire tranquillo altrove, i posti di socializzazione, i riti e i codici comportamentali, l’altezzoso disprezzo verso il borghese “centro”, il marchio di infamia appiccicato agli amici che se ne allontanano. Tutte componenti di un’appartenenza orgogliosa, esibita e non rinnegata al quartiere che ospita una delle più grandi gabbie per umani d’Europa.
Ma, appunto, Zerocalcare in queste istantanee ha sempre parlato di componenti della sua personalità. Non del quartiere.

In Scheletri invece quello di cui si parla, senza peraltro che venga neanche citato esplicitamente: è proprio il quartiere (potrei usare l’espressione abusata, ed ormai derisa, “il luogo è il vero protagonista”) vissuto da uno Zerocalcare appena universitario e di una serie di eventi che poi si ripercuotono, inevitabilmente, sullo Zerocalcare adulto, fumettista riconosciuto, ed i suoi amici arrivati all’età adulta.

Sarebbe facile dire che si doveva svegliare… ma da ex-universitario non so se fosse tutta colpa sua

Concedendomi un momento autobiografico e probabilmente facendo anche una figura abbastanza barbina, per un bamboccione nato nella collina torinese è inevitabile rimanere sconcertato, sarò sincero nel non usare altro termine, leggere raccontato come normalità quotidiana il degrado abitativo, la difficoltà di accesso a servizi che diamo per scontati, la prossimità ovvia e banale a marginali, emarginati e criminali. Sono cose che so che esistono, che posso avere persino sperimentato indirettamente per casi della vita o scelte personali, ma che non sono state parte quotidiana del mio vissuto “borghese”. Episodi, al massimo.

In Scheletri questa vita “sconcertante” (al mio sguardo di bamboccione, eccetera, eccetera…) viene raccontata come banale ritualità di ritrovi in sala giochi, di abbozzamenti per “tenere un equilibrio” quando la tua traiettoria quasi giornalmente incontra quella di un criminale di mezza tacca, di inadeguatezza percepita e convalidata ad entrare nel giro del “normale” studente universitario. Ma anche del fatto che “siamo tutti borghesi di qualcun altro” e che al “regolare” Zerocalcare ed ai suoi amici si possono spalancare, di colpo, abissi di un ulteriore livello di degrado in cui, comunque, qualcuno si trova a dover vivere, a dover abbozzare, a trovarsi inadeguato, eccetera, eccetera.

Trovare un equilibrio

Ma ancora di più, ancora più importante, è che in questo racconto di un quartiere vivo, quello che contano non sono gli eventi che “accadono e basta”, ma sono le persone vive. Che incontri, che conosci, che scopri di non conoscere e, peggio, scopri di essere l’unico colpevole della tua ignoranza.
A Zerocalcare universitario accade di incontrare il ragazzino (eh, ben due anni di differenza, praticamente un figlio) Arloc, accade di introdurlo alla sua cerchia di amici qui rappresentata dai soliti Sara e Cinghiale e dai precedentemente ignoti Lena e Osso, accade di esporlo al Paturnia che amico esattamente non è, accade di essere testimone di atti di violenza di cui aveva solo e sempre sentito dire.
Accadono un sacco di cose, nel quartiere di Rebibbia ed in questa storia, ed il racconto diventa il racconto di scelte da fare, cose da dire e cose che vengono taciute. Nel tentativo di fare la cosa giusta, di proteggere te stesso e quelli a cui tieni mentre contemporaneamente cerchi di tenere un occhio fermo sulla tua bussola morale.

E di commettere errori nel farlo, perché si è imperfetti, perché non si è onniscienti, perché accade e basta. Buone intenzioni che diventano scheletri da seppellire sotto il lastricato che si percorre ogni giorno.

Secco assente giustificato

Potrei concludere con la frase ad effetto qua sopra, sarebbe molto figo, ma sacrificherebbe la cosa più importante da dire e che va detta: Scheletri di Zerocalcare è un gran bel fumetto, non dico “prova d’autore” perché ho paura che m’incontrasse mai l’autore mi tirerebbe una testata da quanto questa perifrasi suona fasulla. Un fumetto che persino in questo momento storico fa sentire fortunati di poterlo leggere.
Con Dimentica il mio nomeMacerie Prime, con il loro stesso alternare battute fulminanti da cultura pop, sit-com all’italiana, momenti emozionanti e vere e proprie mazzate nei denti, Scheletri è un altra pietra miliare di quel percorso di “fare i conti con la propria storia” con l’evidente convinzione che sia la cosa giusta e tenendo un occhio fermo sulla propria bussola morale.

Luca Cerutti

"Ma che è sta roba?"

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