Il Salotto Best of 2020

In questo anno un po’ strano (eufemismo) abbiamo timidamente inaugurato la rubrica in cui parliamo un po’ di quello che ci va. Volevi non sfruttarla per dirvi cosa ad insindacabile giudizio dei migliori redattori di fumetto di sempre ha reso l’anno un po’ più sopportabile?

 

Federico Catena: (quasi)

Come sempre faccio una gran fatica a segnalare qualche pubblicazione dell’anno appena trascorso, le mie abitudini di lettura sono quasi sempre fuori sincrono con l’attualità editoriale del fumetto. Partendo dal presupposto che per me parlare di fumetto e parlarne bene, in modo serio e intelligente, è importante quasi quanto farlo o produrlo, segnalo con piacere una nuova rivista, credo, indipendente cha ha visto la luce proprio in questo nefasto 2020.

Per il momento è uscito solamente il numero 1 (non so quale sarà la cadenza prevista) ma l’approccio per questa creatura di Boris Battaglia, Paolo Interdonato e Alberto Bonanni è fin da subito ammirevole: pubblicare una rivista culturale che si occupi di fumetto, che non sia distratta dal mercato, dalle mode, che non corra dietro all’industria culturale e che, più semplicemente, non senta la necessità, parlando di fumetto, di essere obbligatoriamente nerd o geek o qualsiasi altra parola la possa rendere di tendenza. A parere mio operazioni di questo tipo fanno bene alla nona arte e fanno bene al lettore.
Il sistema di vendita (solo on line tramite sito) e la qualità della stampa (spillato e in bianco e nero) ne fanno un prodotto certamente di nicchia ma, anche, un innegabile fascino d’altri tempi; del resto tra le loro ispirazioni è presente persino il Politecnico di Vittorini.

L’intervista a José Muñoz vale da sola l’acquisto.

Pasquale Laricchia: The Last of Us parte II

Di The Last of Us Parte II ne ha parlato tutto il mondo. L’ultimo lavoro della Naughty Dog è riuscito infatti a valicare i confini videoludici imponendosi come opera mainstream imprescindibile, ridefinendo il survivor horror e non solo.
Un’avventura immensa ed emozionante che appassiona e coinvolge come raramente accaduto: un horror di piacevole giocabilità con una storyline tanto drammatica quanto poetica.
Questo secondo capitolo si è fatto apprezzare per il comparto grafico ed il gameplay, ha fatto discutere per le tematiche trattate, ha sconvolto per le scelte narrative finendo pe essere premiato come videogioco dell’anno (a discapito di Ghost of Tsushima).
Che altro fare quindi se non confermare anche su uBC che: sì, è il videogioco più bello del 2020; che va giocato a prescindere dai gusti e dalle preferenze videoludiche pregresse e che tutto quello che ne verrà dopo dovrà farci, inevitabilmente, i conti.
Testate specialistiche di genere ne hanno raccontato molto bene le peculiarità ed eccellenze tecniche approfondendo le innovazioni al gameplay ed altri aspetti tecnici degni di nota (Everyeye e Spazio Games per esempio).

A queste latitudini volevo essenzialmente confermare quanto di buono raccontato su quest’opera aggiungendo anche, per rimanere su di un terreno a noi congeniale, che, tra questo capitolo ed il precedente, vi è un albo a fumetti: The Last of Us: American Dreams.
L’opera, scritta direttamente da Neil Druckmann, si pone, temporalmente, prima del capitolo bonus The Last of Us: Left Behind ed esplora quello che è il primo incontro e la nascita dell’amicizia tra Ellie e Riley.
Come fumetto a sé purtroppo ha però poco senso di essere ed è un peccato perchè la storia di Ellie e Riley è uno dei capitoli più duri ed emozionanti dell’intera avventura. Ma sono troppi gli elementi e le tematiche che questo fumetto da per scontato in quanto suppone siano già in possesso del lettore. La vicenda si dipana a pandemia in corso senza presentare né il mondo post apocalittico che ci circonda né i personaggi né tantomeno le fazioni in campo.

Difficilmente quindi potrebbe diventare veicolo parallelo di avvicinamento alla saga o lettura piacevole a sé stante limitando perciò la sua ragione d’essere a puro corredo/approfondimento delle vicende vissute nei due capitoli videoludici.
Intendiamoci: il fumetto riesce comunque a farsi leggere con piacere ed a suscitare quel malinconico effetto nostalgico in quegli utenti che, terminato il videogioco, ancora non riescono a distaccarsi dai personaggi (molto comune, vista la forza di The Last of Us). Rimane quindi ugualmente un’opera che funziona per le tematiche, per la passione, l’amicizia ed il pathosnarrati, che sono poi perfettamente in linea con quelli che la serie, fino ad oggi ha messo in scena nonostante, di contro, i disegni di Faith Erin Hicks si discostino non poco dal visual design mostrato nei due capitoli, pur non mancando di farsi apprezzare per intensità e forza dinamica.

Un lavoro interessante quindi che affianca tutta una serie di prodotti generati attorno a quello che ormai è quasi un franchise: art book, gadget, action figure, fumetti (e a breve anche una serie targata HBO).

The Last of Us merita in sintesi di essere, giocato, amato ed odiato. Quanto fatto da quelli di Naughty Dog non ha precedenti.
Una volta conosciuti non potrete più dimenticarvi di Joel ed Ellie.

N.B.: Implicito che prima di approcciarsi a questo capitolo è imprescindibile godere dell’esperienza di The Last of Us parte I.

Luca Cerutti: Akudama Drive

Nel suo essere stato un anno che eufemisticamente possiamo definire “tremendo”, uno dei pochi pregi che vanno riconosciuti al 2020 è di aver riscattato nel campo dell’animazione giapponese quello che sembrava un finale di decennio decisamente deludente se paragonato al resto.

Certo, c’è da dire che il decennio scorso verrà probabilmente ricordato come uno dei migliori di tutta la storia della produzione seriale giapponese, con una esplosione quantitativa e qualitativa inaudita supportata da un proliferare di piccoli studi in grado di gestire serie ad alto budget grazie ad una verticalizzazione delle competenze e dei talenti, che conseguentemente la spinta propulsiva si fosse un po’ ammosciata e dopo uno scatto imperioso si mirasse a “capitalizzare” il vantaggio acquisito è solo naturale, ma è indiscutibile che dal 2017 le stagioni fossero state un riproporre formule abusate con una, al massimo due, produzioni televisive che spiccavano sulla massa.

A sorpresa quindi, in un anno pessimo che ha visto l’incertezza cadere come una mannaia anche sugli anime che, nonostante l’avanzamento tecnologico, nel paese del Sol Levante (e subappaltatori limitrofi) vengono ancora creati in laboratori “artigianali” in cui si ammassano molte persone (come purtroppo confermato dalla strage alla Kyoto Animation del 2019), si è assistito ad un rimbalzo qualitativo coraggioso che si è allontanato dal “combat shonen” e dagli “isekai” che capitalizzavano la quasi totalità dell’offerta.

A inizio anno sono stati trasposti due ottimi manga decisamente non “mainstream” nel loro essere una sit-com ambientata nelle radioemittenti di Sapporo (Nami Yo! Kiite kure.) e un delicato slice of life (Sing Yesterday for me), parallelamente si tornava al thriller investigativo con il particolare ID:Invaded ed infine, proprio “in zona cesarini”, questo inverno è letteralmente esploso Akudama Drive: un action con quel sapore di fantascienza distopica sempliciona che non assaporavo dagli anni ’90.

Modellate sui colori acidi della fine dello scorso millenio virati ad una fluorescenza ottenuta sfruttando la palette di colori a disposizione dell’animazione moderna, agite da personaggi tanto lineari e monodimensionali da essere battezzati per quello che fanno (Il Corriere, Il Picchiatore, L’Assassino, La Dottoressa, L’Hacker, Il Malvivente, La Truffatrice) e per questo incredibilmente definiti e coerenti, le 12 puntate prodotte dal veterano Studio Pierrot che ha prestato le sue risorse e la sua esperienza alla esordiente Tokyo Games si ispirano ai classici di “gente a cui non puoi dire niente che si imbarca ne LA MISSIONE” (“Quella sporca dozzina” e “I Sette Samurai” sono ciò che viene immediatamente alla mente) e filano dritte come un treno fino all’unico finale possibile.

Senza nessuna concessione o deviazione, esattamente come i loro personaggi.

La Redazione

"La redazione può esistere o non esistere, ma non potrete mai verificarlo! Il gatto di Schrödinger ci spiccia casa!"

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