Il Cattivo, il Buono e Matana

Il cattivo: Luca Cerutti

Io non lo invidio Leo Ortolani.

No, vabbeh, in realtà lo invidio fino a rodermi il fegato per ovvi motivi.

Diciamo che c’è almeno una cosa che non gli invidio ed è il fatto che dopo aver passato più di un decennio a sentirsi quelli che “Ma perchè non disegni più le belle storie di una volta che si rideva tanto ahahahahahahahah?” ora passerà il prossimo a sentirsi quelli come me che “Ma perchè non disegni più le belle storie di una volta che si pensava tanto mumblemumblemumble(yawn!)mumble?”.

Un inferno.

Però, oh, penso che alla fine se sei (meritatamente) “Il più grande autore Marvel vivente” di queste cose un po’ te ne sbatti ed il problema è e resta del lettore che si è sentito viziato e coccolato quando in realtà quello che finiva su carta era quello che l’autore voleva scrivere. Non un pacchetto di cioccolatini e una copertina calda.
Per cui alla fine il problema è un problema mio, non di Ortolani.

C’è il selvaggio west…

E in realtà sapevo anche che sarebbe successo. L’avevo pure scritto.
L’ho visto attualizzarsi con Star Rats e ora, con questo Matana che ne segue la linea editoriale con tanto di copertine cinematografiche e foliazione, temo che ne avrò la conferma: Rat-Man è morto, viva Rat-Man.
Il Rat-Man della serie è finito, la sua storia conclusa (forse) come tutte le storie più grandi e più belle. Del resto si dice “senso compiuto” non “senso continuato”.
L’altro Rat-Man era immortale fin da subito, un’Araba Fenice perpetuamente reincarnata, quasi un demone che trascende i contesti per possedere vite diverse.

Purtroppo questo Rat-Man a mio parere non obbliga Leo a soffrire abbastanza. Distendendosi su uno sforzo tutto sommato contenuto non gli spreme fuori quella linfa che i cento numeri dell’ “altro” Rat-Man avevano richiesto per non andare a noia.

Non gli tira fuori l’epica.

Leonardo Ortolani sa costruire l’epica. Quella qualità narrativa che necessita tempo, che si costruisce di gesti e dialoghi limati e distribuiti con parsimonia su un vasto terreno perchè se restano troppo vicini si soffocano a vicenda. L’epica è una questione di accumulazione: un uomo dotato di poteri straordinari e sorriso sfavillante può essere anche solo “un uomo in calzamaglia”, lo stesso uomo che continua ad usare i suoi poteri straordinari e a mantenere il sorriso giorno dopo giorno di fronte ad una realtà carica di storture è un eroe.

Leonardo Ortolani, poi, è un maestro della “recurring gag”. Una battuta brillante fa ridere la prima volta ma diventa una barzelletta ripetuta già dalla seconda. Perchè la stessa battuta faccia ridere una seconda, una terza, una decima volta, ci vuole senso del ritmo, capacità di costruire una situazione per cui occorrenze diverse convergano, in maniera prevedibilmente inaspettata, sullo stesso esito. Ci vuole fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione. Ci vuole, come diceva qualcuno, genio.

Quando parlai della mia scena di Rat-Man preferita cercai di rendere evidente quanto la sua potenza fosse convergenza di due fattori: tutta l’etica “epica” di Ortolani sul significato del supereroismo e tutta la preparazione comica, buffonesca, messa, appunto, in una gag ricorrente.

Ora, già il fatto che vi stia ammorbando da una decina di paragrafi e Matana è stato citato due volte (di cui una nel titolo) dovrebbe bastare a chiarire cosa ne pensi.
Matana è divertente, sarà divertente, ma probabilmente lo avrò dimenticato il mese dopo la conclusione.

…c’è il solito Ortolani…

E’ divertente ed interessante, sopratutto per me che non sono tanto più giovane di lui, vederlo omaggiare uno dei due generi che portarono il cinema italiano popolare alla ribalta mondiale. Quel genere che rubammo agli americani e glielo restituimmo sovracarburato, gommato da corsa e con volante in radica (e pacchiano coprisedile in perline): lo Spaghetti Western che guardavamo di sgamo assieme ai nostri padri.
E’ fonte di giusto FOMENTO vedere Rat-Man nei panni del cacciatore di taglie infallibile Matana “La mano sinistra del Diavolo” (per la seconda volta dai tempi di “Ratto” nei panni di un personaggio “forte”) e vederlo affiancare niente di meno che Clint Eastwood nei panni del vendicatore solitario Speranza (facile capire la battuta all’origine del nome).
Predispone già alla risata il comparire degli immancabili Cinzia, nei panni del* pistoler* Djanga, e Brakko nei panni del negro “diversamente politically correct” Isaia.

Difficilmente ci annoieremo se anche solo i prossimi fascicoli terranno lo stile di questo primo numero.

Difficilmente ce ne ricorderemo a lungo in quanto, anche salendo sulle spalle dei giganti Leone, Morricone e Eastwood, persino per Ortolani questo West Sconfinato non sembra esserlo abbastanza da dargli spazio per procedere a quell’accumulo che lo proietta oltre la dimensione del semplice fumetto umoristico.

Nella dimensione epica.

Ma mentre scrivo queste parole, coltivo anche il sogno di cosa ci troveremo tra le mani se verrò smentito.

Il Buono: Pierfilippo Dionisio
… e poi arriva la Leggenda

Ma passiamo nel dettaglio di questo primo albo di 6.
Partiamo dal titolo che leggiamo in copertina.
Arriva Matana… preparati a morire! si inserisce perfettamente nella miglior tradizione delle titolazioni date a film del genere Spaghetti Western, pieni di punteggiature e frasi al limite della lunghezza quasi da far impallidire quelli di Lina Wertmüller. Sono titoli da botta e risposta che venivano usati anche nei Poliziotteschi anni ’70 – p.e. Milano trema, la polizia vuole giustizia o Sbirro, la tua legge è lenta.. la mia no! – ma richiamano pure tutta una serie di apocrifi che tentavano – più o meno malamente – di imparentarsi con film di successo proprio grazie al titolo: ricordiamo che dopo Lo chiamavano Trinità… e …continuavano a chiamarlo Trinità (vero sequel) è esistito pure un …e poi lo chiamarono il Magnifico che aveva poco o nulla in comune con i precedenti.
Inoltre, al momento siamo a conoscenza di 2 titoli – questo e il prossimo episodio dal titolo Spara più forte… Matana non ti sente! – ma non ci meraviglieremmo di leggere in un prossimo albo qualcosa in spagnolo o pseudo spagnolo sulla falsariga di un Vamos a matar compañeros.

La prima pagina dell’albo parte con i titoli di testa e la colonna sonora principale. Sì, avete letto bene: c’è una colonna sonora. E non solo all’inizio ma anche durante la narrazione. Provate ad aprire l’albo e mettete in sottofondo “Lo chiamavano Trinità…”. Ora cantate le parole che leggete sull’albo. A parte il fatto che non riuscirete più a togliervi dalla testa la sigla realizzata da Franco Micalizzi, il testo quasi si incastra alla perfezione. Una canzone o in questo caso un testo che accompagna l’entrata di un cowboy è un legame indissolubile nei film e pure nei fumetti è entrato di diritto, come ci ricorda Lucky Luke con la sua “I’m a poor lonesome cowboy”.
I nomi degli interpreti appaiono nelle varie vignette. Di nuovo: provate a confrontarli con quelli di “Lo chiamavano Trinità…” e noterete diversi punti in comune tra cui un Steffen Zacharias lì e un Steffen Lee qui. Anche in questo caso i nomi seguono la “tradizione”: nomi d’arte americanizzati, dozzinali e parodistici come il Bob Robertson usato a suo tempo da Sergio Leone o gli stessi Terence Hill e Bud Spencer degli italianissimi Mario Girotti e Carlo Pedersoli.

E poi arriva lui: il titolo, che si prende tutto lo spazio che può, come se fosse proiettato sul telo cinematografico.

Da questo punto in poi l’albo appare come diviso in 2, come se ci fossero 2 intenti che lo animano.

La prima parte è assolutamente introduttiva e di presentazione dell’ambientazione e dei personaggi. Ci troviamo in un classico Far West senza tempo e senza leggi e il primo personaggio di cui facciamo conoscenza è Matana. Matana si eprime con frasi piene di “imprecisioni” e fraintendimenti e da esse ne nascono battute ma non è Rat-Man nonostante ne abbia le fattezze del Rat-Man. Il suo cavallo senza nome dà l’impressione di essere quel solito cavallo compagno di mille avventure di Terence Hill ma parla – per davvero stavolta – come il Jolly Jumper di Lucky Luke. Forse in futuro lo vedremo utilizzato come il nano di Rat-Man: una seconda voce cinica e critica.

Djanga è il personaggio interpretato da una versione di Cinzia un po’ più sboccata del solito o forse in linea con il periodo di Ortolani legato al Grande Magazzi. Giochi di parole al limite del doppio senso che potrebbero “turbare” alcuni lettori anche se – ricordiamolo – il peccato è nell’occhio di chi lo vede.
Fino a questo momento la narrazione è lenta e le battute tardano ad arrivare. Un piccolo lampo giunge con l’arrivo di Isaia e le freddure poco politicamente corrette sulla sua condizione di schiavo di colore: ironia intelligente, geniale e capace di generare belle risate.
Arriviamo finalmente a pagina 16 – la metà di questo albo spillato – con la seconda parte che abbiamo individuato: è da questo momento che Ortolani cala la carta dell’Epicità e vediamo quel guizzo che finora mancava alla lettura.
Fa la sua comparsa Speranza, l’archetipo di quei personaggi interpretati da Clint Eastwood nei film di Leone. Non solo le battute arrivano e vanno a segno ma il taglio del disegno prende quella piega che stavamo aspettando dall’inizio: Ortolani disegna sotto la regia di Sergio Leone e orchestra con la benedizione di Ennio Morricone.

Manuale di regia fumettistica

La musica entra di nuovo a gamba tesa: un trombettista – in scena ma di lì a poco non più presente – inizia a suonare e nella testa del lettore risuona una nuova traccia della colonna sonora: quella del duello. E’ lì, è presente e l’immersione è totale. Non c’è bisogno di scomodare Proust, la sua “Ricerca del tempo perduto” e quella madeleine che risveglia ricordi e sensazioni legate agli altri sensi per affermare che le vignette si muovono come in un film e la musica rimbomba fino ad echeggiare in maniera assordante.

Ciò che avviene da pagina 18 a 23 ha dell’incredibile. Ortolani non solo ha fatto e letto tantissimo fumetto, ma ha visto tantissimo cinema e l’ha interiorizzato e – lo ripetiamo – è andato a scuola di regia da Sergio Leone. Non è solo qualcosa costruito a tavolino: è qualcosa che viene da dentro. La scena del duello di Speranza lega insieme tempo e spazio e – come ci insegna la fisica – modula la velocità. Le vignette sono tutte “doppie” (cioè un’unica vignetta al posto delle classiche due) e si sviluppano orizzontalmente come a replicare le proporzioni del 35mm anamorfico delle pellicole del cinema degli Spaghetti Western usate per piani stretti, anzi strettissimi sugli occhi degli interpreti. E se la dimensione orizzontale impartisce visivamente lo spazio, l’altra dimensione della vignetta – quella verticale – cambia e si fa sempre più stretta: il tempo si accorcia e la velocità di lettura aumenta per poi, voltato pagina, cambiare nuovamente e passare da ben 7 vignette doppie e strette a 3 più ampie. Passiamo dai tagli stretti di inquadratura sugli occhi ad un allargarsi nel momento dell’estrazione delle pistole, del fumo di combustione e del colpo che fuoriesce.
Dopo quella costante accelerazione, il tempo rallenta e si congela esattamente a metà di pagina 23 sul personaggio di Speranza per poi ritornare a velocità normale (1x) sulla sua battuta preceduta da uno sputo proprio alla Clint Eastwood.

Nessuno vede Clint estrarre.

Le accortezze ci sono tutte come anche la dimostrazione di velocità di estrazione della pistola di Speranza superiore al suo avversario: quest’ultimo estrae velocemente come mostrato graficamente dalle linee cinetiche che lo accompagnano ma di Speranza non ci viene minimamente mostrato il gesto. Ha già la pistola in mano.
Chapeau!

Dalla pagina seguente l’albo si scrive e si conclude da solo: viene consolidato il rapporto tra i protagonisti – quando dispongono le pallottole sul barile ricordano la scena di “Per un pugno di dollari” con “I Baxter da una parte, i Rojo dall’altra … e io nel mezzo” – e non mancano le sparatorie ai cecchini nascosti sui tetti.
A questo punto i nostri sono pronti per partire per la loro missione alla ricerca di El Muerto!

Come scritto sopra, questo 1° albo parte lento per poi addossarsi una veste che sa di epico. Forse sono presenti alcune sbavature, p.e. vedere 3 stranieri entrare in città ma poi 4 che si organizzano (il 4° li aspettava?) o il fatto che Matana e gli altri non prendono le taglie dei fuorilegge fatti fuori (avevano taglie sulla loro testa? facevano parte della banda di El Muerto?). Sono forse incongruenze sfuggite o forse volute come a replicare la produzione di quei film a cui fa riferimento? Questo non lo possiamo sapere ma solo immaginare.

Però una cosa è certa: in questo albo il protagonista non è Matana/Rat-Man. E’ Speranza. È un tributo enorme che Ortolani sente di dover fare affrontando questo genere.
Matana si ferma a conoscere Speranza.

Cosa ci riserva il futuro? Difficile a dirsi. Se questo finale costituirà la linea di basso COSTANTE dei prossimi albi questa serie potrà diventare qualcosa di memorabile e i lettori piangeranno lacrime di gioia, altrimenti difficilmente supererà la prova del tempo.

Un ultimo interrogativo: vedremo morire qualcuno dei protagonisti? E se sì, chi sarà l’ultimo tra loro a morire?

Pierfilippo Dionisio

Carismatico leader di un mondo uranio contrapposto a quello ctonio, si ritiene esperto di tanatosi

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