New York Stories

Inauguriamo questa rubrica destinata a restaurare i pezzi a cui siamo più affezionati della nostra storia con il pezzo preferito di Fabrizio Gallerani, un po’ per indulgere nel ricordo di un amico, un po’ perché è davvero un bel pezzo.

L’articolo originale (click per consultarlo sul sito storico)

 

Secondo numero de I Grandi Comici del Fumetto e nuova trasgressione della Sergio Bonelli Editore ai rigidi canoni dell’avventura seriale, proposta mensilmente sulle ormai numerosissime testate regolari. La periodicità annuale, il colore e la veste prestigiosa dell’albo (confermati dopo la prima uscita dedicata a Jacovitti) denotano l’attenzione che la casa editrice riserva alla collana, destinata ad ospitare “i grandi maestri della risata a fumetti” (secondo le parole dello stesso Bonelli). Ma questo secondo numero già trasgredisce alla trasgressione presentando una storia a episodi anomala, scritta dal compianto Bonvi e disegnata da un superlativo Cavazzano, autori che definire esclusivamente “comici” risulterebbe estremamente riduttivo.

Il Buon Vecchio Zio Marty, disegno di Cavazzano

La storia era originariamente prevista per la pubblicazione su Zona X, quando la collana ancora non presentava le miniserie ed era legata a filo doppio al personaggio di Martin Mystère. E infatti Martin appare nel prologo nelle vesti di cicerone introducendo i vari episodi che la compongono.
Le vicende narrate negli episodi sono perfettamente in linea con la filosofia della vecchia Zona X, anzi vi aggiungono quell’elemento di meraviglia che manca alla maggior parte degli albi titolari.

All’epoca della stesura del soggetto (era il 1995), Bonvi stava scrivendo e disegnando per Comix una serie di brevi racconti autoconclusivi intitolata “Leggende urbane” e il caso vuole che anche i quattro racconti che compongono La città siano anch’essi debitori di quell’immenso patrimonio di leggende metropolitane (quei fatti più che incredibili – accaduti sempre ad un improbabile cugino di un amico – oggi così in voga, soprattutto negli Stati Uniti) le quali, a loro volta, non sono altro che la moderna evoluzione dei racconti da “filò” che i nostri nonni si raccontavano nelle sere d’inverno.

L’abilità narrativa, in questo genere di storie, non è tanto quella di descrivere con precisione e minuzia la vicenda, quanto piuttosto l’effetto e l’atmosfera che si riescono a creare durante il racconto.

E Bonvi vi si adegua inventandosi quattro piccole storie che gli permettano di far recitare dei personaggi estremamente suggestivi. E sono proprio i personaggi a dare il necessario valore aggiunto al soggetto, sollevandolo da qualche difetto dovuto perlopiù alla mancanza di originalità.
Nella prima storia, nella quale si ravvedono citazioni di film come “L’inquilino del terzo piano” di Polanski e “Cocoon” di Ron Howard, è il cinico poliziotto di quartiere Pop, che dà il suo benvenuto allo “straniero” Trelkowsky, a monopolizzare la scena.

…sono i personaggi a dare il necessario valore aggiunto al soggetto…

Il secondo episodio, forse il più divertente, recupera il soggetto di una vecchia storia di Bonvi (Sterminateli senza pietà) e introduce (in realtà accenna appena) il tema della guerra segreta fra alcune buffe creature dell’inconscio.
Nella terza storia assistiamo praticamente ad un dietro le quinte della vicenda raccontata ne La vita è meravigliosa di Capra: è in realtà il saggio guardiano della città (che ha l’arduo compito di sorvegliare “tutto e tutti”) che nel tempo libero consiglia all’angelo di seconda classe Clarence il sistema per guadagnarsi le tanto sospirate ali e cioè salvare la vita del povero George Bailey.
Infine nell’ultimo, suggestivo episodio, è l’amicizia fra il reduce Verlaine e il signor Rashid il perno attorno al quale ruota una inquietante vicenda che vede contrapposti il bambino Eitù e il misterioso Djinn.

Le vicende sono solamente abbozzate, ma questa loro presunta incompletezza ne costituisce anche molta parte del fascino. E’ proprio l’ambiguità delle situazioni ad intrigarci durante la lettura.

Ottima la sceneggiatura. Secca e scorrevole è forse la migliore tra le cose scritte da Bonvi (L’uomo di Tsushima, realizzato da Bonvi per Bonelli nella collana Un uomo un’avventura, con il suo carico didascalico, non ha la stessa lievità di scrittura).

Molto divertenti le situazioni di intermezzo e bella l’idea di legare le storie utilizzando i personaggi come comprimari (negli episodi dove non sono i protagonisti) accentuando l’idea della città come elemento accomunante.

L’opportunità di gustarci Cavazzano ai disegni di una storia extra-Disney è diventata ormai una cosa talmente rara che ogni volta che succede è da considerarsi di per se un piccolo evento.

In questa occasione abbiamo l’opportunità di constatare l’ulteriore evoluzione del suo tratto realistico, elegante e raffinato ma nello stesso tempo completamente al servizio della narrazione.

Lo Skuntz, disegno di Cavazzano

Rispetto alle sue prove più note in campo realistico (Altai e Jonson con Sclavi e Capitan Rogers con Pezzin) in questa storia, il segno si è fatto ancora più sintetico e l’uso dei tratteggi, che abbondavano nelle storie precedenti, limitato.
E tutto questo conservando la già magistrale padronanza delle espressioni dei personaggi. La tavola poi, costruita secondo i precisi canoni bonelliani, risulta molto armoniosa, complici i tenui colori, con il risultato finale di ottenere un disegno chiarissimo ai fini narrativi, ma che esalta il movimento dell’azione.

La prosa di Bonvi viene come filtrata dal segno rilassato di Cavazzano e l’equilibrio complessivo della narrazione si trova così a contrastare in maniera complementare con la causticità del soggetto.
Esemplare la sequenza dello squartamento dell’ultima vittima (alle pagine 84 e 85): una azione così efferata viene resa come se fosse la cosa più naturale di questo mondo, facendoci letteralmente gelare il sangue nelle vene…

Un piccolo gioiello, irridente e poetico, la cui pubblicazione è probabilmente la migliore celebrazione di un autore lontanissimo dalle celebrazioni ufficiali e canoniche.
Proprio in questo senso, in conclusione, permetteteci una digressione romantica e lontana dai tecnicismi e dalle considerazioni fatte più sopra.
Questa, essendo l’ultima storia scritta da Bonvi (anche se si vocifera che altre sceneggiature inedite giacciano nei cassetti della Bonelli) può essere considerata a tutti gli effetti una sorta di testamento letterario dell’autore e, proprio in questo senso, ne conferma la figura, così come viene descritta dai suoi più intimi conoscenti, di simpatico pallonaro (in emiliano, lingua madre del Bonvi il termine preciso è ballista) per vocazione.
Bonvi si ritrova qui a raccontare storielle metropolitane dai toni eccessivi ed estremamente incredibili e lo fa con la consueta ironia e con tutta l’esperienza maturata raccontando centinaia di aneddoti autobiografici agli amici.

Per Bonvi ogni pretesto era funzionale ad essere mitizzato al punto da diventare un epico episodio di vita vissuta, andando a costituire uno dei tanti tasselli che formano la sua fantasiosa biografia. Una fra le tante leggende racconta che durante il servizio militare (armi e divise sono un’altra delle sue manie) sarebbe arrivato addirittura a dichiarare guerra alla Iugoslavia, invadendone il territorio con i carri armati che gli erano stati affidati.
Anche in questo caso, come per le conclusioni solo abbozzate degli episodi de “La città”, il finale non è mai stato precisato: “la faccenda è stata messa a tacere” concludeva sbrigativamente quando qualcuno gli chiedeva come era andata poi a finire la storia…

In memoria di Andrea Pazienza, morto per overdose nell’Agosto del 1988, scriveva:

“C’è un unico filo che guida le umane sorti: un filo arcano, sfuggente e incomprensibile, tale da non far più distinguere dov’è che finisce l’Autore e dove cominciano i suoi Personaggi, un enigma avvolto in un mistero. Un’unica cosa posso affermare con certezza: ERA SCRITTO”.

Una sincera dichiarazione di stima senza’altro, ma, senza dubbio, anche una personale confessione d’intenti.

Verlaine/Bonvi e Mystère/Castelli, disegno di Cavazzano

Seguendo alla lettera questa sua filosofia, Bonvi si era ritratto come protagonista praticamente nella totalità delle sue storie extra-Sturmtruppen (vedi la sua biografia), altre volte erano stati i suoi colleghi ad omaggiarlo di questo (vedi la scheda della storia) ed alla fine la cosa si ripete anche con “La città”.
Verlaine, il reduce protagonista dell’ultimo racconto, che con la sua personalità così epica e disincantata è forse il carattere più affascinante dell’intero albo, è, appunto, un’altra reincarnazione dello stesso Bonvi.
E’ lui, infatti, l’unico personaggio che incontra di persona Mystère/Castelli nel prologo.
Ci piace immaginare che questa sia una sorta di citazione di uno dei tanti incontri fra i due (inevitabilmente in un bar di quella Bologna al centro dell’universo privato di Bonvi) e che anche nella realtà, come nella storia, la logorrea del Buon Vecchio Zio Marty/Castelli ceda il passo alla magia affabulatoria delle fantasiose balle di Verlaine/Bonvi.

La Redazione

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