I primi venti anni di Dylan Dog

Riproponiamo l’articolo originariamente pubblicato nel 2006 sul portale storico di uBC, in occasione del ventennale di Dylan Dog.

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Ha fatto vacillare il primato di Tex come fumetto più venduto in Italia. Ha attirato, per primo, una vasta schiera di pubblico femminile alle edizioni Bonelli, sino ad allora popolari soprattutto con i lettori maschi. Ha raggiunto le dimensioni di un fenomeno di costume, diventando testimonial per campagne sociali (dalla droga all’Aids, dall’abbandono degli animali all’alcolismo), oggetto di merchandising commerciale ma anche (sia pure indirettamente) di inchieste parlamentari. “Se ci scrivete cose come ‘Ho sgozzato papà, ora tocca a mamma’, vi ritrovate una commissione parlamentare in casa”, fu scritto in una malinconica posta, quando il dilagante successo tra i più giovani di riviste horror nate sulla scia di questo character scatenò la “caccia alle streghe”: il nostro avrebbe in seguito detto la sua sulla censura con un albo dall’omonimo titolo.
Lui, Dylan Dog, ha tuttavia costretto molti critici della cultura canonica a rivedere le proprie posizioni sul fumetto. L’indagatore dell’incubo taglia l’importante traguardo dei vent’anni e l’occasione è propizia per ripercorrere l’evoluzione di questo fondamentale personaggio del fumetto italiano.

In principio era l’incubo allegorico

Dylan Dog esordisce in edicola alla fine del settembre 1986. Il personaggio si presenta sin da subito all’insegna di una dirompente carica innovativa nel panorama bonelliano: atmosfere horror e splatter a forti tinte, ironia ed un protagonista con una vita sessuale dal carattere eversivo e libertario (molto oltre i germogli di altre testate come Mister No). Dylan, dall’animo di eterno adolescente, innamorato di ogni donna, è anche pieno di fobie (dalle vertigini alla claustrofobia, dalla paura dell’aereo al mal di mare ed ai pipistrelli), mentre l’horror è stemperato dalle freddure di Groucho, la spalla, sosia del comico Groucho Marx, straordinaria figura di personaggio da farsa surreale, autentico topos metafisico di una comicità genialmente demenziale.

Sui motivi del successo della serie, che nel giro di pochi anni ha raggiunto tirature record segnalate anche in copertina, si sono interrogati giornalisti, sociologi e saggisti ma, purtroppo per gli editori, la “ricetta” non è di quelle replicabili a tavolino: nessuno dei personaggi proposti in seguito dalla Bonelli ha sfiorato i risultati raggiunti da Dylan Dog. Non sono certo stati incalzanti intrecci ed avvincenti saghe dal sapore epico dopo le quali “nulla sarà più come prima” ad attirare schiere di lettori: gli accenni di continuity dei primi anni della serie sono stati ben presto assopiti (il negromante Xabaras, una figura semidiabolica) o addirittura dimenticati (il professor Hicks del General Hospital). Oggi, come venti anni fa, la serie continua a raccontare, infatti, storie scollegate tra loro (i sequel sono rarissimi), basate sulle vicende di pochi protagonisti (oltre a Dylan e Groucho, c’è quasi sempre la paterna figura dell’ispettore Bloch) nella Londra contemporanea e con evoluzioni di “contesto” assenti o ininfluenti (come la tariffa giornaliera di Dylan, passata da 50 a 100 sterline al giorno più le spese).

Il lancio pubblicitario del primo episodio

Il successo di Dylan Dog è legato, piuttosto, alla presa sui lettori esercitata dal protagonista e dalle atmosfere ideate da Tiziano Sclavi, papà letterario del personaggio. Le storie non si limitano a mettere in mostra delitti efferati, mostri orripilanti e corpi in disfacimento o fatti a pezzi, ma scavano in un orrore mentale che nasce da un’osservazione del quotidiano. L’orrore simbolico ed allegorico con la funzione di esorcizzare le paure dell’uomo, con la consapevolezza che, spesso, “i mostri siamo noi“. Dylan Dog incarna, inoltre, una serie di ansie giovanili tipiche della seconda metà degli anni ’80: è vegetariano, astemio, salutista, antitecnologico ed animalista, ha un conflitto ansioso e irrisolto con le donne, riflette l’idealismo di quegli anni ed il rifiuto del dramma (culturale, dopo gli anni ’70 in Italia) in favore dell’ironia.

L’uomo Tiziano Sclavi, i cui problemi legati alla depressione ed all’alcolismo non sono un segreto, si psicanalizza pubblicamente sulle pagine di Dylan Dog e vi traspone tutte le sue paure ed inquietudini, trascinando con sé un esercito di lettori che vi si riconoscono. Un’autoanalisi di se stesso tramite storie surreali ed assurde, in cui Dylan e le atmosfere fanno da specchio dei tempi e filtro nell’identificazione del lettore, con una valenza universale. In particolare, ciò che distingue l’abilità narrativa di Sclavi è la capacità di far apparire ineluttabile l’assurdo, essenziale l’inutile e geometrico il distorto. Perché tutte le scene e le idee sono legate con precisione chirurgica. La genialità di Sclavi, in termini relativi, è legata, infatti, principalmente alla sceneggiatura, la quale riesce ad aggiungere un plus anche quando i soggetti sono poco “freschi”, attraverso nonsense, ribaltamenti della realtà, giravolte concettuali, intrecciarsi di storie surreali – in una parola l’indeterminatezza del reale-, il pessimismo esistenziale dei suoi personaggi, le maschere pirandelliane che nascondono una natura spesso mostruosa e lo sdoppiamento di personalità che ne consegue.

Nelle sue storie i livelli di lettura sono molteplici ed accontentano sia il pubblico in cerca di una lettura d’evasione che quello più esigente, attraverso citazioni di opere letterarie o cinematografiche, che Sclavi riassembla aggiungendo qualcosa di suo. La sua tecnica di narrazione in genere si risolve, infatti, in un patchwork di situazioni orrorifiche (o comunque drammatiche o demenziali, a seconda della natura della storia) cucite assieme da un tenue filo conduttore. E’ proprio tale caratteristica a suscitare l’interesse del famoso semiologo Umberto Eco, la cui affermazione “…posso leggere la Bibbia, Omero e Dylan Dog per giorni e giorni…” è diventata celebre ed ha contribuito al riconoscimento del personaggio presso la cultura “ufficiale”. Tale frase nasce, infatti, dalla constatazione che la forma narrativa dei Dylan Dog di Sclavi permette di estrapolare una scena, una frase o un concetto dal contesto senza che tale frammento perda di significato, come avviene in poche altre opere letterarie come, appunto, con i versetti della “Bibbia” ma anche con le terzine della “Divina Commedia” o le opere di Shakespeare.

Il successo di Dylan Dog tra i lettori cresce con episodi, celebrati da pubblico e critica, dalle differenze abissali di tematiche e sensibilità: dal serial killer e gli amori impossibili di “Memorie dall’invisibile” al metafumetto di “Morgana” , dagli incubi metropolitani di “Dopo Mezzanotte” alla sospensione tra realtà e finzione di “Grand Guignol“, dalla poesia de “Il lungo addio” al pietismo non retorico di “Johnny Freak“.

Il fascino da “pifferaio di Hamelin” che le storie di Sclavi esercitano sui lettori di Dylan Dog è però un viaggio nel quale, una volta che si è saliti a bordo, si dovrebbe essere consapevoli che il conducente ti può portare a mille all’ora dentro la sua visione dell’Universo e dell’assurdo, fino alle conseguenze più inattese per le quali non ci si può poi lamentare. Così, l’attesissimo n.100 che doveva chiarire le nebulose origini del personaggio si rivela una storia beffarda e controversa che, ispirandosi ad una delle primissime battute di Groucho (“Dylan Dog è morto trecento anni fa“), in realtà espande alla potenza gli interrogativi, aggiungendo una spiegazione edipica (Xabaras è suo padre e Morgana, ossessione del grande Amore, è sua madre) all’essenza stessa di Dylan Dog. E che trova la propria, coerente filosofia nella frase, rivolta ad un confuso Dylan da suo padre, “Non serve parlare… e forse non serve neanche capire… la vita ha la stessa logica di un sogno… a volte di un incubo…l’incubo da cui hai cercato di svegliarti sognando altri cento incubi…“.
Tale episodio si propone di essere un possibile finale per la serie e segna anche un simbolico spartiacque nel modo di raccontare il personaggio da parte di Sclavi.

Poi l’incubo divenne impegnato e perse il filo

Dopo il n.100, niente è più come prima, né il personaggio, né, soprattutto, l’autore.
Le vicende dell’uomo Sclavi (sposato, dimagrito, più disponibile verso i media) si riflettono sulla sua scrittura: scacciate le sue inquietudini, le razionalizza ed inizia a puntare dritto a temi più concreti e socialmente impegnati. Orrori più fisici e più terribili: la violenza oltranzista in nome di un ideale (“Finché morte non vi separi“), i reietti di fine millennio (“Il ritorno di Killex“), il razzismo più bieco (“Cattivi pensieri“) o le donne maltrattate (“Verso un mondo lontano“).

Cambia anche il modo di raccontare questi orrori, che diventa meno mediato, meno metaforico. Sclavi scrive direttamente il suo pensiero anziché suggerirlo armonicamente nella narrazione, caricandolo di una rabbia urlata senza filtri, prendendo posizione in prima persona con Dylan (n.140, pag.49: “Gli uomini che picchiano le mogli sono tra le persone che odio di più, che mi fanno più schifo! Sadici, vigliacchi…“) oppure attraverso le tirate “politiche” che, per essere alleggerite, sono infilate in bocca anche ad una figura comica come Groucho (come nel n.125 sull’economia o nel n.129 con un parallelo tra Hitler e l’antiCristo).

La rabbia senza filtri

Si accentuano, inoltre, le stranezze (alcuni finali sconclusionati, come quelli di “Apocalisse” o “Il cane infernale“, o del tutto mancanti come ne “Il progetto“), i giochi di parole e le geniali invenzioni linguistiche. In ogni caso, mentre nelle mani altrui la serie resta semplicemente una serie popolare, nelle mani di Sclavi si conferma un lavoro d’Autore. Perché l’Autore si guarda intorno, nel mondo, e sbatte a fianco del suo alter ego gli spunti più disparati, da temi nobili a gag demenziali: abbandonata la “compattezza” narrativa (le virgolette sono d’obbligo) del primo periodo di Dylan Dog, Sclavi si lascia andare sempre più spesso a suggestioni multiple, sfilacciate, sempre disorientanti per il lettore, che non fa in tempo a ipotizzare uno sviluppo senza che la storia lo beffi con repentini cambi di rotta, in un susseguirsi di colpi di scena. Le svolte sono eccessive, spesso ridondanti e autocompiaciute, ma anche se ricorre sempre più spesso a collage di variazioni sui temi classici di Dylan Dog, Sclavi ha sempre qualcosa da dire, un suo pensiero che ci vuole fare arrivare più o meno direttamente (che si tratti delle perplessità sulla diffusione del telefonino o della “dannazione” del denaro).

Un’altra transizione artistica dello Sclavi di questo periodo è l’accentuazione dell’elemento umoristico, leggero e ludico nei dialoghi, ora non più confinato a una figura deputata alla risata come Groucho, ma infilato nel parlare di quasi tutti i personaggi o nelle situazioni che questi vivono. Si pensi all’evoluzione nella rappresentazione della Morte: dalla sua seriosa e drammatica entrata in scena in “Attraverso lo specchio” alle imprecazioni che lancia in “Ghost Hotel” per avere incastrato la falce in una porta scorrevole.

Con il progressivo distacco delle storie di Sclavi da Dylan Dog (non solo come quantità di storie, ma anche in termini di capacità di riformulare il personaggio o di congegnare trame diverse e nuove rispetto alle solite), sino alla loro totale scomparsa nel lustro 2001-2006, la testata evidenzia un progressivo sfocarsi e decolorarsi. Dylan Dog perde una cifra stilistica e ancor più ideale, un filo coerente – narrativo e di pensiero – che proponga una sintesi di un modo di essere e sentire, come è stato a cavallo degli anni ’80 e degli anni ’90, ed inizia a campare di rendita senza avere però più niente di innovativo.

Con una serie così caratterizzata dallo stile del suo creatore e, allo stesso tempo, ingessata nei suoi elementi di base (oltre al trio di protagonisti, i comprimari, come la medium Trelkovski, Lord Wells o l’idiota Jenkins, si contano sulle dita di una mano e sono riferiti sempre a quelli creati da Sclavi) e senza la possibilità di imprimere svolte, gli altri autori che si sono affacciati alla testata hanno incontrato, inoltre, delle naturali difficoltà ad interpretarne lo spirito. Nelle mani degli autori chiamati ad alternarsi a Sclavi e, poi, a sostituirlo del tutto, la serie, da un certo punto in poi, si ritrova arroccata su uno stereotipo di avventura horroreggiante, con la ripetizione di temi e situazioni ormai stantie, tra una battuta di Groucho, il Mad Doctor di turno, l’idiozia di Jenkins e non richieste tirate retoriche, dove l’orrore e l’incubo del padre del personaggio finiscono per stemperarsi in horror di maniera, privi di suggestioni. Storie che non suscitano il senso dell’orrore, che non scavano nell’orrore quotidiano e mentale, non certo nel limitativo significato di corpi squartati o schizzi di sangue (che comunque, con il tempo, sono diventati molto meno presenti e rappresentati in tono minore rispetto ai primi anni della serie). Naturalmente ci sono eccezioni date dai guizzi personali degli autori che, tuttavia, hanno puro carattere incidentale.

Gli interpreti dell’incubo

Tralasciando gli sporadici collaboratori degli esordi (Mignacco, Ferrandino, Toninelli, il trio Medda Serra Vigna), il primo autore ad alternarsi a Sclavi in maniera continuativa è stato Claudio Chiaverotti, per certi versi il più “sfortunato” di tutti poiché si è ritrovato a scrivere Dylan Dog nel periodo in cui il personaggio stava diventando un fenomeno editoriale, con le sue storie che erano la sola alternativa a quelle di uno Sclavi nei suoi anni migliori, una situazione provante anche dal solo punto di vista psicologico. Il contributo di Chiaverotti, concentrato quasi totalmente nei primi dieci anni di Dylan Dog, si è rivelato comunque adeguato: per l’indagatore dell’incubo ha firmato gioielli angoscianti e surreali come “La clessidra di pietra“, “Partita con la morte” oppure “Labirinti di Paura“, ma anche diversi episodi dall’impianto più tradizionale ma di grande efficacia come “Goblin” o “La mummia” o malinconici come “Anima nera” , ed è il solo autore ad avere creato un avversario di Dylan Dog (Mana Cerace) rimasto nell’immaginario dei lettori insieme a quelli di Sclavi.

Nelle sue storie Chiaverotti ha accentuato il carattere di pessimismo esistenziale nei personaggi di contorno e ricercato, anche troppo spesso, il colpo di scena finale con rovesciamento che tuttavia, con il passare del tempo ed il ripetersi del cliché, ha finito per ritorcerglisi contro facendo perdere forza alle trame. Nondimeno le sue sceneggiature mantengono le giuste atmosfere anche nelle vicende dove gli eventi sono più concreti, poiché Chiaverotti riesce a conferire loro una lettura soprannaturale sfruttando i trucchi del mestiere (come raccontare gli eventi soltanto dal punto di vista di una persona “disturbata”). Anche dopo l’addio a Dylan Dog, in seguito alla nascita del suo Brendon, nei rari ritorni di Chiaverotti alla testata che lo ha lanciato si continuano a respirare sensazioni dal sapore più antico e, per certi versi, autentico nella fase di “smarrimento” ideologica della serie seguita al n.100.

Pessimismo esistenziale e fantastico

Pasquale Ruju ha dato idealmente il cambio a Claudio Chiaverotti, scrivendo un numero notevole di episodi per l’indagatore dell’incubo nel suo secondo decennio di vita, ed ha avuto un brillante esordio con storie come “Il canto della sirena“, “Il treno dei dannati” oppure fulminanti racconti brevi come “Il vicino di casa” e (qualche anno dopo) “L’altro“, caratterizzati da personaggi vividi dal grande spessore umano e da trovate affascinanti come il treno delle opportunità perdute o presentare un plausibile Dylan “cattivo”. In seguito la superproduzione a cui l’autore è stato sottoposto si è fatta sentire: le sue storie sono diventato spesso uno schemino giallo preconfezionato, con spruzzate di horror e dosi abbondanti di retorica e buonismo, prendendo spunto dalla vena predicatoria dello Sclavi di quel periodo, inanellando riempitivi su riempitivi, con i personaggi che sempre più spesso sono monodimensionali.

L’autore tenta anche altre strade che volgono decisamente ora all’action movie, ora a tematiche degne di Martin Mystère, introducendo e riprendendo alcuni dei personaggi da lui ideati (l’angelico Saul, gli Illuminati, l’Esper Pearl) in una sterile ed innocua continuity: i risultati restano poco soddisfacenti e disorientanti, con un protagonista che troppe volte si ritrova in mezzo a scazzottate, sparatorie, fughe, sicari a pagamento ed intrighi internazionali: in poche parole, storie incapaci di suscitare un disagio o un senso dell’orrore.
Ruju firma ancora storie notevoli, come la doppia “Notti di caccia” ed il seguito “Manila“, in cui ha rielaborato con efficacia il filone del vampiro offrendone una visione angosciante e ricca di un fascino morboso, oppure la malinconica “L’eterna illusione“, in cui ha introdotto la riuscita figura allegorica di Fallen, ma evidentemente è un autore che avrebbe bisogno di tempi più rarefatti per incidere ed evadere dai riempitivi.

Tra gli altri autori che hanno affrontato Dylan Dog, con alle spalle un fardello meno cospicuo di storie rispetto a Chiaverotti o Ruju, c’è Giuseppe De Nardo, il quale spesso realizza sceneggiature dal taglio moderno ma le cui trame, in genere, o prendono spunto dalle idee portanti di opere altrui (“Misery” di S.King per “Daisy & Queen“, “La Città sostituita” di P.Dick per “La città perduta“, per fare alcuni esempi) o fanno piombare Dylan in situazioni (avvelenato e con poche ore di vita per risolvere un omicidio e ottenere l’antidoto in “24 ore per non morire” o emulo di Diabolik ne “Il grimorio maledetto“) che dello spirito della serie e del personaggio hanno ben poco.

Gianfranco Manfredi, acclamato creatore di Magico Vento, si è cimentato con Dylan Dog prima di dedicarsi a tempo pieno allo sciamano bianco, ed ha dichiarato più volte che l’indagatore dell’incubo non è nelle sue corde e che le storie da lui scritte per la serie sono semplici gialli.

Un altro autore interno alla Bonelli ed eclettico nei generi affrontati (da Topolino a Diabolik ed a Spider-Man), Tito Faraci, non riesce ad entrare in piena sintonia con il personaggio: nelle sue storie si ritrova a battere strade alternative come omaggi al noir, improbabili svolte fantasy o un ritorno ad un orrore “cattivo” ma con risultati che lasciano freddi.

Nel periodo più recente, dal moribondo Mister No è arrivato Michele Masiero che, nel pugno di storie sin qui pubblicate, si è distinto per la decisa componente onirica inserita nelle trame, che tuttavia non riescono ancora a distaccarsi dallo stereotipo. Con grande coraggio, ma anche sorpresa per i lettori, ha firmato il terzo capitolo di un classico di Sclavi, la cittadina di Inverary sospesa nella Zona del Crepuscolo, un segnale che alla Bonelli qualcosa comincia a muoversi e che certe tematiche non sono più appannaggio esclusivo del creatore della serie o di (come diremo poi) Paola Barbato, anche se questo è un aspetto che, di per sé, non è necessariamente positivo.

Una felice eccezione alle difficoltà incontrate da molti autori interni alla scuderia Bonelli nel cimentarsi con Dylan Dog è rappresentata da Michele Medda che, dopo le prime esperienze insieme a Serra e Vigna, è tornato a scrivere il personaggio, da solo, dopo la maturità del loro Nathan Never. Le sue rare storie per l’indagatore dell’incubo riescono ancora a graffiare: l’autore si è avvicinato al personaggio, infatti, filtrandolo secondo la sua personale visione, evitando di seguire il solco di una scialba caricatura della troppo complessa personalità sclaviana ed evadendo dal semplice schemino giallo, trasmettendo nelle sue trame la stessa malinconia degli episodi più riusciti dell’Agente Alfa. Medda ha, infatti, qualcosa da dire e messaggi da trasmettere al lettore nonostante il personaggio: con “Il battito del tempo” ha riletto la fiaba di Peter Pan con un Dylan fragile e indifeso, metafora vivente della sua condizione di “eterno ragazzo”, unico adolescente in un mondo di adulti e, proprio per questo, perfetto bersaglio della pragmatica ironia di Medda. Con “La saggezza dei morti” ha fatto recuperare a Dylan il ruolo di “spettatore” di vicende non sue e di interprete dello spirito dei tempi (la fretta e la frenesia della vita moderna) mentre con “L’ospite sgradito” ha raccontato in modo surreale (il confronto tra Dylan ed un topo!) una indefinibile sensazione di precarietà che nasce dalla fragilità di un equilibrio interiore, un disagio fin troppo diffuso al giorno d’oggi.

E l’incubo divenne carne e sangue

Allo smarrimento di un filo coerente nella serie dell’indagatore dell’incubo ed alle molteplici interpretazioni che ne vengono fatte dai vari autori viene aggiunta, inizialmente, ulteriore schizofrenia con l’arrivo ai testi di Paola Barbato che, tuttavia, in seguito si afferma come principale narratrice della serie durante la lontananza di Sclavi, firmando storie importanti che dettano una precisa evoluzione del personaggio.

Sin dai suoi primi episodi si scorge un Dylan la cui tranquilla routine su cui molti altri autori si sono adagiati è fortemente messa in discussione (ne “Lo specchio dell’anima” rischia di perdere la propria identità, mentre ne “Il seme della follia” è devastato dal brutale omicidio della sua ragazza del mese): l’autrice sceglie infatti di avvicinarsi al personaggio sviluppandone ed esasperandone l’umanità in chiave drammatica. Non che il Dylan Dog di Sclavi non fosse umano nelle sue debolezze e paure, ma nelle trame della Barbato è il forte coinvolgimento emotivo di Dylan a fare da tramite al lettore più che le atmosfere, lo scavare nell’orrore quotidiano o l’interpretazione dei tempi. La sofferenza dal punto di vista fisico e mentale e le situazioni estreme e provanti vissute da Dylan vengono amplificate e percorrono, come in un nervo scoperto, le pagine delle storie, trasmettendosi ai lettori che non ne rimangono indifferenti.

La consacrazione a “narratrice” ufficiale delle storie importanti della serie si ha con l’onore e onere di scrivere il n.200. Una storia innocua (se paragonata al n.100), che si limita a colmare il buco narrativo del passato di Dylan Dog dall’allontanamento dalla polizia agli esordi da indagatore dell’incubo, ma che inizia a delineare una tendenza alla razionalizzazione e alla profonda revisione critica dell’universo e dei fondamenti della serie, in favore di una visione più realistica e meno metafisica, per aggiornare il personaggio. Il rapporto di Dylan Dog con le donne viene, così, fondato retrospettivamente sul dolore della perdita dell’amata Lillie, riportandolo nei binari di una tranquillizzante correttezza politica e normalizzandolo, abbandonando il carattere libertario ed innovativo delle origini (comunque fortemente affievolito da altri autori, che avevano trasformato in cliché ripetitivo una caratteristica a suo tempo rivoluzionaria in Bonelli), mentre si alza il sipario anche sull’origine del rapporto padre-figlio con l’ispettore Bloch.

Dietro la maschera di Groucho

Dopo il 200, è chiaro che alla Barbato viene concessa molta più libertà d’azione (comunque supervisionata) rispetto agli altri autori. Alle sue trame indipendenti (su cui spicca la disturbante “Necropolis“, tutta basata sulla perdita della libertà e la sensazione di alienazione) alterna storie in cui rifanno capolino molti dei personaggi più amati della serie (sia pure nelle vite non vissute da Dylan, come ne “La scelta“) e lo stesso Dylan è spinto sempre più al limite. Ne “Il Senza Nome” abbandona il mestiere di indagatore dell’incubo per condurre una vita normale, ma alla fine torna sui suoi passi dopo aver concluso che non è l’orrore a non volerlo abbandonare, ma che è lui a non volere abbandonare l’orrore, perché fa parte di lui. Con “Oltre quella porta” esce dai binari narrativi consueti spingendosi nel metafumetto, dove lei stessa o un generico autore di Dylan ricopre un ruolo chiave nel suo universo narrativo ed a cui tutti i protagonisti della serie sono, per motivi diversi, legati, con un finale aperto alle interpretazioni e che potrebbe essere visto come una resa senza condizioni all’immutabilità del mondo di Dylan.

Persino in una storia dall’impianto investigativo e, quindi, apparentemente tradizionale come “Il tocco del diavolo“, Dylan viene pesantemente attaccato e criticato nel suo essere innamorato di ogni donna, insinuando il dubbio di quale sia la differenza tra lui ed un rubacuori “bastardo” come Dust (e nelle storie della Barbato Dylan è già diventato da tempo praticamente un monaco), nonché accusato di avere lasciato Groucho senza un’identità. Di quest’ultimo, nel n.200 era stato sancito che quello non è il suo vero nome ed è ormai chiaro che i personaggi delle storie sono consapevoli che “Groucho” si comporta come se fosse il comico Groucho Marx, cosa che in precedenza appariva come una cosa del tutto normale. Si può presagire che in futuro anche a Groucho verrà tolta la maschera e svelerà il proprio passato, perdendo così l’aura di figura comica metafisica da contrapporre all’orrore del quotidiano.

Alla Barbato è stato permesso di riproporre Xabaras, dimenticato dal n.100, ma ora sappiamo che quei frequenti ed a volte irritanti (poiché ininfluenti) cameo sono serviti ad avvicinarsi gradualmente alla storia del ventennale che, senza queste tappe intermedie, avrebbe presentato un personaggio davvero troppo distante da quello che avevamo lasciato. Lo Xabaras visto nel ventennale è l’unico plausibile secondo questo percorso di progressiva umanizzazione dei protagonisti, e nella doppia storia ha ben poco della figura diabolica a cui eravamo abituati, diventando un mad doctor moderno, un semplice mortale che ha “viaggiato” nel tempo (quindi privo della memoria storica di un essere vissuto per secoli) ed un padre che ama il figlio, sino alle estreme conseguenze.
E tuttavia… e tuttavia sappiamo dalle interviste e dagli incontri con il pubblico che agli episodi celebrativi come il n.200 e la storia del ventennale sono stati posti paletti ben precisi da Sclavi. Lo stesso Sclavi, nella storia del decennale, aveva accennato al fatto che Groucho si “travestisse” da Groucho Marx. Viene da chiedersi, quindi, quanto delle evoluzioni inserite dalla Barbato non siano in realtà tasselli di un percorso stabilito dall’alto che sarebbe sembrato poco credibile con i personaggi-icona a cui si era abituati.

Quale futuro per l’incubo

Oggi la serie di Dylan Dog sembra ormai uscita dal soporifero “tunnel dell’indifferenza” in cui si è fermata per anni, ed è tornata a regalare emozioni ai lettori con sufficiente regolarità ed un percorso narrativo preciso, sebbene continui a permanere una sorta di “schizofrenia” nel modo con cui i vari autori affrontano il personaggio. Dylan oggi appare avviato a diventare “grande” e a crescere, come persona, rispetto alla sua condizione di eterno adolescente, sacrificando in questo modo l’universalità del messaggio contenuto nelle sue storie e, per certi versi, banalizzandolo: se un tempo affrontava e rispecchiava paure, incubi e speranze di tutti noi, oggi la testata riguarda soltanto Dylan come uomo, ancorato sempre di più ad un mondo fisico e concreto.
Di conseguenza, dove prima non ci si poneva domande (“Non serve parlare… e forse non serve neanche capire…“, era la filosofia del primo periodo), oggi sono disperatamente necessarie delle risposte, anche su quelli che erano considerati gli imprescindibili background della serie (l’identità di Groucho) ma la cui assenza strideva sempre di più per un personaggio che, dopo essere cresciuto come specchio della società, non si era riadattato al cambiamento dei tempi, fino ad intraprendere un percorso in cui è cresciuto come persona, abbandonando il ruolo di icona, di simbolo dei tempi.

E quello che era stato un universo narrativamente coerente nel suo essere letterariamente caotico, oggi è il suo esatto contrario: un universo letterariamente coerente e razionale, governato da gerarchie e regole, ad ogni livello. Il passato di Dylan e Xabaras è stato pesantemente banalizzato, cancellando l’alone di mistero che li aveva sempre circondati, la strega Kim è diventata una “dipendente” di un Gran Consiglio di creature superiori e persino le relazioni tra le molteplici tipologie di mostri (vampiri, licantropi, ritornanti, fantasmi e streghe) sono “governate” da un regolamento di “non belligeranza” (nell’ultimo gigante “La lunga notte“), con tanto di delegati ufficiali e “parlamenti”.

Altre conseguenza di questo passaggio a persona concreta è che, dopo che la testata si è sviluppata senza continuity, quest’ultima sembra essere alle porte, sia pure con gradualità e, allo stato attuale, soltanto con frasi “buttate lì” che paiono un chiaro indizio di futuri sviluppi. Non ci riferiamo certo all’uscita di scena di Xabaras (che non potrà interessare granché i vari autori di supporto della serie che non avrebbero mai avuto la possibilità di impiegarlo) ed anche il Dylan che aveva rivisto tutte le sue convinzioni ha già opportunamente rimosso gli eventi traumatici del ventennale grazie a un colpo di coda del gatto magico Cagliostro.

Arriva la continuity?

E’ proprio quest’ultimo a rappresentare, semmai, la vera e sola grande novità della doppia del ventennale: Dylan ora è il padrone (inconsapevole) del “gatto” annoiato che gioca con il fato ed il caos. Una figura molto amata, probabilmente, dalla Barbato: era il solo personaggio ad uscire a testa alta da “Il cavaliere di Sventura“, la sua storia d’esordio che prendeva amorevolmente in giro antagonisti storici di Dylan in una vicenda con Groucho come protagonista. La stessa autrice, negli incontri con il pubblico dell’ultima edizione di Lucca Comics, ha detto che Cagliostro sarà a disposizione di ciascun autore che vorrà utilizzarlo.
Quale sarà la destinazione di questo processo ancora non è dato saperlo. Del resto, in venti anni è inevitabile che un personaggio evolva (guai se così non fosse) per affrontare situazioni e temi in modo nuovo.

Chissà che non sia proprio Cagliostro a restituire alla serie quel pizzico di follia e gioiosa anarchia ed imprevedibilità che si è smarrita nel tempo in favore di una logica razionalizzatrice e rilettura in chiave drammatico-realistica dei protagonisti.

Il prodigioso gatto è tuttavia un elemento tutt’altro che semplice da gestire, e si auspica che gli autori non cedano alla facile tentazione di impiegarlo come deus-ex-machina tramite il quale, come nel precedente messo in atto proprio nel ventennale, si potrà fare e disfare qualsiasi cosa. Si rischierebbe seriamente di far perdere ogni coerenza interna e logica narrativa alla serie e, quel che è peggio, di prendere per i fondelli il lettore. Si spera che questo non accada.
Si vedrà.

Per il momento, buon compleanno Dylan. Alla fine, scartate tutte le ipotesi possibili, ciò che resterà (si spera) è sempre l’incubo.

 

PS: cosa è successo dopo

A dispetto delle sensazioni che all’epoca avevano suscitato la storia del ventennale e le tappe di avvicinamento allo stesso, narrativamente parlando Dylan Dog è proseguito immutato per altri anni, senza evoluzioni né continuity. Le cose hanno iniziato a cambiare dalla fine del 2014, con l’introduzione di nuovi coprotagonisti e la messa in discussione di alcune basi della serie, che ha finito per “sdoppiarsi”, con la testata regolare in evoluzione “libera” ed il fuoriserie “Old boy” (attualmente equivalente alla serie madre quanto a foliazione annua) ambientato nell’universo narrativo classico. La testata principale, dopo il lungo “ciclo della “meteora“, dal 2020 ha infine avuto un “reboot”, con il passato e le relazioni tra i personaggi principali (sia storici che nuovi) rivisti e modificati.

Tutte le immagini sono (c) Sergio Bonelli Editore

Cristian Di Clemente

"Quando ho voglia di rilassarmi, leggo storie a fumetti. Quando invece desidero impegnarmi, leggo Rat-Man."

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