Dampyr Color. La Biblioteca dell’orrore

Per il primo numero della collana Color di Dampyr Mauro Boselli sceglie di raccogliere e raccontare quegli autori che, nel corso di oltre vent’anni, ha citato e, in alcuni casi, reso protagonisti delle avventure di Harlan e soci.

A guidarci tra gli infiniti volumi della libreria di Caleb Lost vi è Ambrose Bierce. L’autore britannico fa ormai parte infatti del team Draka sin dalle vicende del Re in Giallo.

Già in quel frangente Boselli aveva dato la sua personale interpretazione alla misteriosa scomparsa dell’autore, tutt’oggi discussa e misteriosa, catapultandolo dal Messico di Pancho Villa al nostro tempo.

Oltre che guida, Bierce è protagonista anche del primo racconto “Il Disperso”. La storia, semplice e breve, viene comunque esaltata dal tandem disegni/colori di Luca Rossi e Alessia Pastorello.

Il racconto successivo – “Tsathoggua” ad opera di Maurizio Colombo – è un folle, onirico e allucinato omaggio a Howard Phillips Lovecraft.

L’autore di Providence può essere ben considerato, soprattutto negli ultimi anni, il co-sceneggiatore della serie visto quanto il mondo da lui narrato sia ormai parte vivente di quello dampyriano. La giovane illustratrice Helena Masellis qui riesce bene, giocando con gli spazi e le splash page, a rendere visivamente l’onirico orrore ricercato dall’autore anche se questi, pur affascinandoci con il racconto, poco aggiunge a quanto già messo in scena nel corso della serie regolare.

Ne “Il Castello negli Appennini” è il turno di Giorgio Giusfredo, Francesco De Steno e Matteo Vattani che omaggiano, brevemente,  Edgar Allan Poe in una semplicissima storia di stokeriana memoria che è forse la più canonica tra quelle presenti nel volumi, sia per stile che per tematiche.

Di diverso respiro “Danvers Manor” dedicata a Edward Frederic Benson.

Il ritratto che ne fanno Boselli e Alessandro Scibilia è decisamente affascinante e maturo. Il racconto difatti, per quanto semplice e pacato, è ben confezionato. Scritto ed illustrato con precisione e stile, riesce a rendere bene il fascino e i turbamenti dello scrittore inglese.

Non poteva mancare l’omaggio a Dino Buzzati, alla sua Milano ed al suo Deserto dei Tartari. Giusfredi sceglie appunto di immaginare e raccontare la genesi del romanzo più famoso dell’autore bellunese riuscendo, con l’ottimo lavoro di Michele Cropera, a raccontare con semplicità e orrore la “monotona routine” di Giovanni Drogo.

Velato invece, nell’ultimo racconto “Prigioniero dei Sargassi” , l’omaggio a Salgari. Il racconto vede infatti protagonista William Hope Hodgson. Boselli e Alessandro Baggi ne raccontano la scomparsa, tristemente vera e amara, lasciando appena trasparire i turbamenti dell’uomo, ma concentrandosi sulla forza visionaria dell’artista.

L’epilogo, così come già il prologo, confermano la volontà e l’idea alla base dell’albo: omaggiare quegli autori che sono parte fondamentale e, come detto, spesso anche protagonisti reali del mondo di Harlan Draka. Quindi, anche se la semplicità di alcuni racconti risulta poco incisiva, il risultato finale, esaltato dal colore e dalla varietà degli artisti coinvolti, risulta piacevole.

Pasquale Laricchia

Cominciai a correre. Finché i muscoli non mi bruciarono e le vene non pomparono acido da batteria. Poi continuai a correre.

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