Dylan Dog Il Pianeta dei Morti | Una risata vi resusciterà

Le cose si complicano (ancora)

Inutile (relativamente) prodursi di nuovo in lodi sperticate nei confronti del lavoro di Alessandro Bilotta su Dylan Dog Il pianeta dei morti: non tanto perché non se ne ravveda il merito, quanto per la necessità di capire una volta ancora dove i famosi arabeschi disegnati dal destino stiano portando non solo Dylan, ma tutto un intero mondo attorno a lui.

L’architettura narrativa che l’autore sta portando avanti in maniera coerente e strutturata dal 2015 sugli speciali – senza ovviamente dimenticare gli altri tasselli del puzzle pubblicati in maniera sparpagliata negli anni precedenti, e più volte ristampati a beneficio dei lettori – sembrava inizialmente prediligere una sequenza ad anelli concatenati, ciascuno dei quali esteso su due albi, il secondo dei quali poneva in essere anche i prodromi del nuovo anello. Questo ha portato ad avere un palcoscenico abbastanza affollato, con sottotrame appunto solo apparentemente collegate tra di loro; in realtà, i collegamenti diventavano maggiormente visibili alla luce del fatto che Bilotta sta comunque giocando con molti pezzi “storici” del passato di Dylan, che qui vengono riplasmati a beneficio della nuova piega che gli eventi stanno prendendo, ma che rimangono tuttavia riconoscibili.

L’autore sta mostrando diversi eventi apparentemente collaterali che sono alla base di alcuni dei princìpi fondanti della mitologia dell’Indagatore dell’Incubo

La necessaria rilettura di almeno un paio degli ultimi speciali mostra però che lo scenario generale si è se possibile ancora allargato, introducendo già dallo scorso anno elementi che stanno solo adesso iniziando a trovare il loro posto sulla scacchiera (e nemmeno possiamo dare per certo tutto quello che ci è stato svelato finora): rispetto alla struttura ad anelli concatenati di cui prima, infatti, ora l’autore sta mostrando diversi eventi apparentemente collaterali, che in realtà sono alla base di alcuni dei princìpi fondanti della mitologia dell’Indagatore dell’Incubo. Il riferimento è nello specifico al rapporto di Dylan con la morte, e soprattutto con Groucho – cui ovviamente si sovrappone quello tra questi ultimi due, quasi a creare una sorta di perverso triangolo amoroso.

Con “Il numero duecento” la Barbato aveva operato in maniera chirurgica per offrire una lettura e una spiegazione “realistica” per alcuni degli elementi caratteristici di Dylan – il maggiolino, lo spettro sumero nel frigo, il suo rapporto con Bloch, fino appunto all’incontro con Groucho – in ordine ad un efficace inquadramento narrativo; questa scelta non fu tuttavia salutata positivamente da tutto il famdom, secondo una parte del quale non è necessario dover riempire tutti i “punti oscuri” del passato di un personaggio di successo (critica analoga tra l’altro che si muove agli speciali annuali di Diabolik che fanno luce su eventi del passato suo e di Eva Kant). Tecnicamente parlando, Bilotta si sta ora muovendo su binari non dissimili; la medesima critica però, qualora la si volesse muovere anche a lui, verrebbe comunque smussata dal fatto che questa non è che una versione alternativa del Dylan Dog “reale” (a sapere quale sia!), per cui l’autore di Mercurio Loi si starebbe muovendo nelle pieghe di un mastodontico esercizio accademico, cui però non si può negare un innegabile fascino sia per la vicenda in sé, sia per il modo in cui sta descrivendo tutti i personaggi, e non c’è tema di essere tanto smentiti se ci si avventura nel dire che quello che stiamo leggendo qui è probabilmente il Dylan più simile a quello di matrice sclaviana, tra i tanti che negli ultimi anni stanno affollando edicole e librerie (ma di questo si è già detto).

Scendendo ancora un po’ di più nel particolare, la figura di Groucho viene ad essere definitivamente (?) inquadrata nel suo contesto storico pre– e post–Dylan. A conti fatti, anche la stessa Paola Barbato è quella che maggiormente si è cimentata su questo versante, sempre nella logica “completista” di cui sopra. Bilotta parte da molto lontano, sfruttando alla fine dello scorso speciale la solita tecnica del gancio con il numero successivo, e dedicando buona parte dello speciale odierno a narrare la vita (anzi, le vite) di qualcuno che ad un certo punto ha intrecciato la sua trama con quella di un poliziotto di Scotland Yard con la passione per il paranormale ed un passato per molti aspetti turbolento. Sulle modalità con le quali l’intreccio è avvenuto si potrebbe anche avere da ridire, ma chi scrive penso che anche questo snodo andrà letto in un’ottica che ancora non è stata del tutto disvelata. Si diceva prima che tra Groucho e la morte c’è una sorta di legame/accordo particolare: ciò mina addirittura la stessa pietra fondante di questo universo, e fa capire come una risposta conclusiva e soddisfacente sia ancora di là da venire. È per questo motivo tra l’altro che anche le stesse rivelazioni contenute in questo speciale vanno prese con il beneficio d’inventario: è pur vero che, dopo tanto seminare, qualcosa vada pur raccolto. Non è chiaro però se tale raccolto sia stato effettivamente raccontato in queste pagine.

Sergio Gerasi contribuisce a mantenere sottile il terreno sotto i piedi del lettore con il suo tratto scarno e apparentemente tremolante, sì particolareggiato ma mai fine a se stesso

Le suggestioni di Bilotta acquistano forma grafica per la seconda volta attraverso l’opera di Sergio Gerasi, la cui cifra stilistica contribuisce se possibile a mantenere sottile il terreno sotto i piedi del lettore: il suo tratto è infatti scarno e apparentemente tremolante, particolareggiato ma senza scadere nella ricerca dell’impatto grafico fine a se stesso, ma soprattutto capace di far recitare i personaggi in maniera convincente. L’esilità della vita (delle vite) del reale protagonista di questo speciale – o di questa puntata de “il pianeta dei morti”, che dir si voglia – traspare infatti nella sua forma più completa e compatta (al di là degli apparenti ossimori): ciò rende la lettura di facile presa e cattura l’attenzione intorno alla sceneggiatura già di per sé potentemente evocativa.

Per chiudere il cerchio: i fili rimasti in sospeso nel corso degli anni si moltiplicano (ivi compresi quelli degli anelli apparentemente completati), e la parvenza di risposte ricevute non fa comunque presagire una conclusione coerente nel breve termine. I riassunti della seconda di copertina aiutano a metter meglio a fuoco alcuni snodi che – va comunque detto – nella generale narrazione non erano poi così chiari ed immediati. L’autore, per poter continuare su questo livello qualitativo, non può partorire più di una storia all’anno di questo genere.

Armiamoci quindi di pazienza, ma anche della consapevolezza che – ancora una volta – stiamo leggendo una bella storia di Dylan Dog.

Oscar Tamburis

Da sempre convinto sostenitore della massima mysteriana "L'importante non è sapere le cose, ma fare finta di averle sempre sapute".

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