Matana: L’importanza diegetica del uacciu–uari

Diegetica, forse perfino dietetica. Ma comunque.

Dopo supereroi vari ed epigoni in calzamaglia, cavalieri e oroscopi, robottoni, studenti di magia, indiani jones, rambi, e financo vangeli (per tacer di tanto altro ancora), Leo Ortolani giunge a cimentarsi in maniera seria con le atmosfere della leggendaria epopea western, o meglio con una sua declinazione tutta italiana: quel cosiddetto sottogenere degli “spaghetti western” che, nonostante tutto, ha lasciato un’impronta indelebile nel dorato mondo della settima arte grazie a nomi come (giusto qualcuno a caso) Sergio Leone, Clint Eastwood, ed Ennio Morricone.

Il Leo(ne) nazionale prova ad omaggiare loro, come tanti altri, attraverso innumerevoli scelte stilistiche e narrative: si va dai titoli altisonanti di copertina – ripresi poi in forma di splash page dopo la tavola introduttiva – alla composizione delle tavole a ricalcare precise scelte di regia e montaggio, come per le scene dei duelli (colonna sonora compresa), fino alla stessa caratterizzazione dei personaggi, per i quali lo sforzo relativamente scontato nell’associare gli archetipi del genere a Rat-Man e soci è comunque funzionale al loro essere essenzialmente comprimari di Speranza/Eastwood.

I registri recitativi sono quindi ovviamente quelli che il lettore scafato già conosce (ma Plazzi nei suoi editoriali ha la necessità di ricordarlo a ogni pie’ sospinto) e si aspetta, per cui è al limite interessante vedere come Speranza si trovi ad interagire con Matana e soci: il suo stereotipo deve infatti necessariamente venire a patti con gag e situazioni macchiettistiche che originariamente gli sono aliene, e se il più delle volte l’effetto è quello dell’olio che scivola sull’acqua, in altre l’effetto è decisamente – volutamente? – cringe.

A seguire, Rat-Man/Matana e Brakko/Isaia non offrono particolari guizzi ai loro “characters”, e già si è detto circa la sfida nel mettere in scena l’interazione di questi con Speranza.
Simpatica quanto surreale è invece l’interazione di praticamente tutti i personaggi principali con Piccettino/Don Alejandro e Co., altro terreno di scontro tra il sostanziale manicheismo della matrice originaria del (sotto)genere filmico, e le cinquanta e più sfumature di non-sense che affondano nei peculiari monologhi a due tra Deboroh La Roccia e il suo orsacchiotto guercio.

Un piccolo elemento di novità si insinua tra le righe con il personaggio di Cinzia/Djanga che, pur non abbandonando il proprio background, contemporaneamente se ne affranca: figlia della graphic novel del 2018 a lei intitolata e dedicata, imposta stavolta il suo rapporto con il personaggio di Rat-Man su binari diversi da quelli classici, visti innumerevoli volte alle medesime coordinate.

Senza voler stare a disquisire sui meccanismi della trama, la quale sciorina snodi e cliché da compitino su Tex, elementi horror/sovrannaturali compresi, ciò che rimane alla fine della lettura è una sensazione di bidimensionalità ottimamente confezionata, che certo diverte ma non offre né cerca chissà quale spessore narrativo e/o epicità del racconto (nonostante la roboante colonna sonora di cui sopra).
Tale limite, come già temuto leggendo il primo numero, non ne compromette la godibilità ma ne frena l’impatto emotivo complessivo.

Si potrebbe obiettare sostenendo che l’approfondimento psicologico non è tradizionalmente il pezzo forte di uno spaghetti western, pertanto neanche la mini ortolaniana – che si presenta come parodia di quest’ultimo (o magari come parallelo a fumetti del capolavoro di Mel Brooks, Mezzogiorno di fuoco) – ha in fondo l’obbligo di avventurarsi in tale direzione.
Tutto vero, tutto giusto, nondimeno il senso di manierismo permane. Un manierismo comunque di alta scuola, se anche solo si pensa alla “solita” capacità dell’autore di inanellare battute e siparietti senza praticamente soluzione di continuità.

Arrivati però alla fine, questo stuolo di gag reiterate, così come il rocambolesco dipanarsi dell’avventura e la sempre piacevole alchimia tra i personaggi, non centrano appieno l’obiettivo primario di condurre il lettore/spettatore verso quell’atteso appagamento altrimenti garantito dal nome dell’autore.
Solo Cinzia progredisce nel corso della vicenda e ci saluta consegnandoci una versione di sé più matura, più consapevole.

Più Clementine, meno uacciu-uari. Forse l’unico vero appiglio alla tridimensionalità in questa polverosa e violenta flatlandia di frontiera.

Oscar Tamburis e Pasquale Laricchia

Uno pensa e l'altro scrive, e viceversa. Poi subappaltano.

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