Michele Never di fine anno

Breve analisi comparata delle uscite neveriane nel mese di dicembre:
Olympus, n.367 e Ricatto alla Città, Speciale Nathan Never n.32

Le superne, inconoscibili (per noi lettori) politiche editoriali bonelliane hanno portato nelle edicole due storie dell’Agente Speciale Alfa – serie regolare e speciale annuale – entrambe a firma di Michele Medda.
Da un lato abbiamo “Olympus”, n.367 della ormai trentennale serie regolare, che presenta una bella cover dai toni psichedelici. Nathan e Legs sono chiamati a rintracciare un’adolescente nell’esclusiv(issim)o quartiere della Città Est che dà il nome alla storia: un quartiere talmente élitario che chi ci abita addirittura trascenderebbe la natura umana. L’epilogo della storia sembra dare il via ad una nuova sottotrama, che presenta vaghi punti di contatto con quel Jupiter’s Legacy di Mark Millar trasbordato anche su Netflix (sebbene per una sola stagione), e introduce degli spunti che sarà interessante vedere se e come si intersecheranno con i cardini narrativi dell’universo neveriano.
Immediatamente accanto sugli scaffali compare anche “Ricatto alla città”, che vede ancora una volta la coppia inossidabile Nathan/Legs in azione, stavolta fino alle latitudini dell’Alleanza Repubblicana (sorta sulle ceneri del Blocco Orientale) per sventare la possibilità di un attentato in grande stile nei confronti della Città Est, a seguito di un’azione “dimostrativa” a base di gas nervino in una delle linee della metropolitana.
L’occasione è propizia per mettere a confronto le due storie, entrambe ottimi esempi dei due principali registri narrativi normalmente (e sapientemente) impiegati dall’autore: quello action/brillante, e quello più affine ai tòpoi delle spy stories di respiro internazionale.

Olympus, ovvero il poliziesco action

Il primo registro lo si ritrova nella serie regolare: Nathan e Legs incarnano molto bene i loro “characters” originali, in un’alchimia che Medda riesce a trasporre praticamente sempre con eleganza ed efficacia, mixando il buddy movie à la “Arma Letale”, lo spirito del racconto di fantascienza quale “letteratura di anticipazione” che manipola e ripropone in un contesto futuro luci ed ombre del presente, oltre ad una ironica quanto solida presa di coscienza della serie su se stessa e sul suo trascorso ormai di tutto rispetto: quest’ultimo aspetto emerge in particolare per tutta una serie di inside jokes che l’autore inserisce qui e là, e che risultano visibili e apprezzabili solo dal lettore di vecchia data (o da chi comunque abbia una conoscenza abbastanza approfondita sia di questa serie, che del suo spin–off dedicato a Legs). Accanto a ciò, l’impianto classico poliziesco – potremmo quasi dire nickraideriano, se vogliamo prendere un esempio interno alla medesima casa editrice – che pure fa parte del DNA di Nathan, e che qui si palesa in più di un’occasione: brevi ma significativi passaggi che non stonano nell’impianto generale, anzi forse suggerendo che, pur con il passare delle epoche storiche e nonostante l’evoluzione tecnologica, determinate logiche di interazione umana non mutano nella loro essenza (Gilgamesh una o due cose da dire sull’argomento le avrebbe…).

Ricatto alla città, ovvero la spy story

Per un caso che, pur partendo da premesse “urbane”, rischia nel futuro di dirigersi verso dimensioni ben più elevate, un altro caso, quello dello speciale, che ci ricorda quanto vasto sia il raggio d’azione dell’Alfa, e di come la sua presenza nel corso degli anni si sia abbondantemente affermata all’interno dello scacchiere geo–politico internazionale. La complessa vicenda raccontata nella run “Intrigo Internazionale” rilascia qui alcuni echi, che tanto fanno bene in termini di continuity alla caratura di Nathan e soci: semi piantati in una storia del passato che qui germogliano, anche solo nello spazio di una manciata di vignette, facendoci ricordare una volta di più che il personaggio è nato all’interno di un universo in crescita e, pertanto, in continuo richiamo a se stesso. Il tono qui è più teso (non che “Olympus” fosse il festival dello slapstick) e sullo stesso campo da gioco si muovono e interagiscono il sindaco della Città Est, ragazzini delle più varie estrazioni accomunati da un diabolico legame, famiglie spezzate ed eredità “digitali”, il tutto condito da plot twists telefonati ma non troppo, ed un finale più didascalico che consolatorio.

Disegnatori e autori a confronto

Il comparto grafico vede Massimiliano Bergamo impegnato a farci conoscere Olympus e i suoi segreti, mentre tocca a Silvia Corbetta guidare il lettore nella drammatica corsa contro il tempo per sventare la minaccia lanciata dal collodiano Lucignolo.
Il tratto di Bergamo è di forte impatto, in continua lotta con la gabbia bonelliana, impegnato a tradurre in immagini le dinamiche dello scontro generazionale, che da sempre si nutre della medesima acredine tra chi si affaccia alla vita e chi la guarda ormai, che sia o meno umano, da una prospettiva (relativamente) distaccata. La sua ruvidezza però è ben studiata per conferire il necessario impatto ad alcuni particolari passaggi della storia.
Ben diversa è invece la cifra stilistica della Corbetta, molto più pulita e concentrata su una fotografia a campi lunghi: la sua scansione della tavola è meno imprevedibile, e si mette maggiormente al servizio della complessità della vicenda, così da renderne quanto più agevole possibile il dipanarsi. Due autori molto diversi tra loro, che per certi versi sarebbe stato maggiormente interessante vedere al lavoro sui fronti opposti, soprattutto se memori della prova precedente di Bergamo a chiusura del già citato “Intrigo internazionale”.

Nathan Never è stato sin da subito un personaggio in grado di barcamenarsi tra miserie dei bassifondi cittadini e suggestioni cosmiche, e le due uscite di questo mese confermano che la testata continua a mantenersi tutto sommato fedele a se stessa. Colpiscono però alcuni elementi: negli ultimi anni il numero di tavole prodotte da Medda e Vigna è aumentato considerevolmente rispetto al passato, riportandoli a livelli paragonabili a quelli dei primi anni, dove dividevano con Serra la gestione esclusiva del personaggio.
L’unica vera parentesi di un certo spessore è stata rappresentata da Vietti, e già ai tempi opportunamente discussa, dopodiché si è assistito ad una lenta girandola di avventizi che mai sono riusciti a lasciare un segno altrettanto rimarchevole, nel bene o nel male. Tutto ciò non ha necessariamente un’accezione negativa, in fondo parliamo comunque di due dei tre creatori originali di Nathan, e per quanto concerne Medda in particolare, i suoi punti di forza continuano fortunatamente a non venire mai meno, e mantengono allo stesso tempo un filo diretto con il passato; Vigna, dal canto suo, sembra negli ultimi anni stare arenandosi verso un peculiare Vigna-verse, di cui si parlerà più dappresso in altra sede.

Da orchestra a quartetto

L’altro principale aspetto che emerge è il fatto che le storie sono tornate a ruotare fondamentalmente sul solo trio originario Nathan/Legs/Sigmund, cui si affianca Elania quale capo (?) dell’Alfa, e sostanzialmente nessun altro.
Quella tanto decantata coralità, fiore all’occhiello della testata, è stata anch’essa soggetta nel tempo ai marosi delle scelte degli autori. Dopo una prima fase in cui le fila dell’Alfa si sono debitamente ingrossate (Link, le sorelle Frayn, Jack O’ Ryan, Branko, solo per citare alcuni nomi), è venuta a mancare una coerente politica di gestione di tutta la squadra di agenti – a tale proposito, le premesse del periodico “Agenzia Alfa”, nato proprio per esaltare le potenzialità di tale pluralità di personaggi al di là della serie principale, sono alquanto naufragate col passare del tempo, portando ad una progressiva snaturalizzazione della testata stessa, e alla sua conseguente chiusura.
Le vicissitudini di molti comprimari (vd. Link, o Branko) si sono susseguite lungo rotte evolutive che si sono sfaldate senza alcuna ragione apparente, e a tutt’oggi risulta ostico capire “chi” realmente lavori nell’Agenzia, e con quale ruolo, al di là del trio (+1) prima citato.
Ciò non fa bene alla testata e alle sue diramazioni: il brio inalterato di Medda, o lo straniamento di Vigna ad assecondare una sua personale visione, tradiscono inevitabilmente un impoverimento dell’ordito narrativo, che tanto più impensierisce quanto più si propone agli occhi del lettore senza esplicite giustificazioni. Quanto a lungo potrà reggere questo sparuto gruppo di personaggi alla complessità di un universo della cui nascita ed espansione loro stessi sono stati in buona parte testimoni e artefici?
Il ritmo scazonte del nuovamente citando “Intrigo Internazionale” è fondamentalmente il frutto bacato di questo depauperamento, cosa che quindi risponde – negativamente – anche all’implicita considerazione che forse il susseguirsi di saghe all’americana maniera può distrarre il lettore dai suddetti difetti strutturali. Ci si può pertanto solo augurare di assistere ad una nuova stagione di new entries, che tenga conto degli anni passati (così come Medda non manca di fare in “Olympus”), ma pur capace di incastonarsi in quella relativa immutabilità dei “personaggi di carta” che, come sottolineano le due storie qui analizzate, è ancora in grado di regalarci – chiamale se vuoi – emozioni.

Oscar Tamburis

Da sempre convinto sostenitore della massima mysteriana "L'importante non è sapere le cose, ma fare finta di averle sempre sapute".

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